"-E' come nelle grandi storie, padron Frodo, in quelle che contano davvero. Erano piene di oscurità e pericolo, e a volte non volevi nemmeno sapere come andavano a finire, perchè come poteva esserci un finale allegro? Come poteva il mondo tornare come prima dopo che erano successe tante cose brutte? Ma alla fine, era solo una cosa passeggera, quest'ombra. Anche l'oscurità deve finire. Arriverà un nuovo giorno, e quando il sole sorgerà, sarà ancora più luminoso. Quelle erano le storie che ti restavano dentro, che ti insegnavano qualcosa, anche se eri troppo piccolo per capire perchè. Ma credo, padron Frodo, di capire. Ora, so. I protagonisti di quelle storie avevano molte occasioni per tornare indietro, ma non l'hanno fatto. Sono andati avanti, perchè erano aggrappati a qualcosa. - Noi a cosa siamo aggrappati, Sam? - C'è ancora del buono a questo mondo, padron Frodo. Ed è giusto combattere per questo."
J.R.R. Tolkien, Il signore degli anelli.

23 ottobre 2012

Quelli che se la cantano

Si potrebbe aggiungere: "Quelli che ritornano".
Ritrovo questo scritto di tredici anni fa, da quest'anno perfino attuale. Il ritorno di vecchi stereotipi nella competizione canora più amata e odiata dagli italiani. 


Quelli che se la cantano, probabilmente se la sarebbero pure suonata da soli, se non avessi avuto i miei trentotto e mezzo. Di febbre, si capisce. E così, questo virus stagionale non risparmia nessuno, me compreso, che rincaso prestissimo, con le ossa tutte rotte, e con uno stato mentale che certo non incita alle letture di prestigio. L’Ente ed essenza, di San Tommaso d’Aquino, giace nel silenzio, sotto la pila dei libri accatastati sulla scrivania. La Fides Et Ratio del Sommo Pontefice, viste le polemiche che ha suscitato, merita un più che vigile lettore, ed io proprio non ci sono. Giornata dura, che piega pure un duro come me.
Cena, plaid e pantofole. Coraggio, mi dico, i ragazzi della tua età con una febbre da cavallo combattevano in Vietnam… che ti potrà capitare?

Fabio Fazio mi compare davanti, con un vestito che non è il solito smoking, troppo conservatore e poco innovativo, ma un vestitino “della domenica” (nonostante siamo ancora a martedì) di (credo) velluto nero, un gilet blu elettrico con una cravatta dello stesso colore. Per essere innovativo, non si è sforzato molto. Io, pure, vestii una sera allo stesso modo (forse meglio, velluto marrone con cravatta a rombi giallo-neri), e c’è chi mi rimprovera che, considerata l’occasione (la cena per il suo diciottesimo anno), avrei fatto meglio ad essere più elegante. Le donne, si sa, hanno sempre quel colpo d’occhio in più per quanto riguarda la moda, però, accidenti!, non sarebbe meglio non dare loro l’occasione per farcelo notare? Mia madre è assonnata, eppure sentenzia: “Ma come s’è vestito?”. E pensare che è molto più moderata di mio padre, il quale, infatti, non si fa attendere. “Ma che si è messo addosso? un sacco di patate?” dice di Gianluca Grignani, mentre la platea lo accoglie in delirio.
Paranoia completa: febbre, stanchezza, tosse e la voglia (matta) di voltare canale.
Non lo faccio per masochismo. E per i miei, che aspettavano Sanremo, durante i loro anni verdi, come la festa della patrona del nostro paese. Ora non lo aspettano più: generazioni che vanno…., ma anche usi. Il festival possono farlo aprire pure dall’infermiera dell’Ariston (come, difatti, quest’anno è accaduto), ma il festival della gente è già passato da un pezzo.
Soprattutto da quando ci sono di mezzo i Nobel. Fazio annuncia Dulbecco con una sequela talmente stopposa di onorificenze, che mi ricorda quel famoso capitolo de I Promessi Sposi del Manzoni, dove questi riporta gli epiteti usati per le autorità spagnole: ogni studente sa che, se si riesce a superare quella parte, poi si arriva, quasi sicuramente, alla fine.
Io, alla fine della prima puntata del Festival ci sono arrivato, mi auguro, semmai, che arrivi ben presto un taglio deciso a tutte le stupidaggini che ci propinano in tv, compreso il fatto di vedere tutta la platea dell’Ariston in piedi, che applaude il professor Dulbecco, grande scienziato, senza dubbio, ma che, viste le sue sconsiderate opinioni sulla clonazione umana e sulla fecondazione eterologa, qualcuno farebbe meglio ad insegnargli il valore supremo della vita. Se è vero che non è mai tardi per imparare, inizi proprio a Sanremo. Per quel che ho visto, la sua presenza è richiesta solo di tanto in tanto e per dire quattro paroline: Fazio, evidentemente, non sapeva come spenderli i soldi del contribuente italiano.
Difetto nazionale è quello di non aver mai un soldo, ma quando ce ne mettono un bel po’ tra le mani, ci confondiamo nell’usarli. E così, “quello che… si confonde” è andato addirittura oltralpe per cercare una ragazza carina e dai modi aggraziati per poterlo affiancare. Non è campanilismo, ma una ragazza altrettanto carina era difficile trovarla in Italia? Certo, ora siamo in Europa, ma non si poteva cercare una ragazza che, almeno, sapesse dire qualche parolina in più nella nostra lingua? Sia ben inteso: io lo dico per salvare il fegato degli italiani, roso dall’invidia di vedere una che, per qualche fonema, si guadagna fior di milioni; e le apparenze, perché si converrà con me che non è “politically correct” esporre una donna agli occhi di milioni di spettatori solo perché è bella. Miei pregiudizi a parte (credo, infatti, che i soldi vadano guadagnati), che ne pensano le femministe di tutto il mondo? Aspettiamo notizie pure dalla Royal Society di Londra, l’accademia delle scienze inglese: un suo associato mai era divenuto conduttore, ma quello che martedì 23 febbraio dispiegava i denti a 360 gradi non era il Nobel Renato Dulbecco, bensì Dulbecco Renato, il clone.
Istinto brutale: spegnere il televisore. La casa è piombata nel silenzio da quando i miei sono andati a letto. Si sento solo Fabio, che, imbarazzato, cerca di far ridere, e le risatine dello scienziato Renato, due naufraghi nel mare del conformismo. Faccio zapping, ritorno sul primo canale nazionale, e chi ti ci trovo? Gianni Morandi, altro conduttore improvvisato, che non improvvisa quando canta, ma lo fa quando cerca di far “cantare” gli altri. Fresco di polemica (l’invito al presidente del consiglio per la trasmissione canora da lui condotta non è andata giù a molti), si è presentato scattante più che mai, e lo preferisco al Morandi autocelebrante del giovedì sera, tanto che arrivo a pensare che si tratti di un clone. (Dulbecco docet).
Spengo davvero il televisore, stavolta. Dopo tutto quello che ho pensato, mi ritorna alla mente la critica che muoveva a noi italiani il filosofo francese (guarda un po’!) Montaigne, e cioè che abbiamo l’abitudine di screditarci da soli. Mi viene uno scrupolo: che ci sia andato giù pesante per una manifestazione, quella sanremese, che rimane, comunque, croce e delizia dei giovani e meno giovani d’Italia. Mi accorgo, però, che è un vicolo cieco.  Come il fatto che le donne criticano noi uomini per il nostro non sempre fine vestire: basta non offrire loro, su un piatto d’oro, l’occasione di parlare.




Antonio Giovanni Pesce

Motta S. Anastasia
23 febbraio 1999
ore 23:50

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