"-E' come nelle grandi storie, padron Frodo, in quelle che contano davvero. Erano piene di oscurità e pericolo, e a volte non volevi nemmeno sapere come andavano a finire, perchè come poteva esserci un finale allegro? Come poteva il mondo tornare come prima dopo che erano successe tante cose brutte? Ma alla fine, era solo una cosa passeggera, quest'ombra. Anche l'oscurità deve finire. Arriverà un nuovo giorno, e quando il sole sorgerà, sarà ancora più luminoso. Quelle erano le storie che ti restavano dentro, che ti insegnavano qualcosa, anche se eri troppo piccolo per capire perchè. Ma credo, padron Frodo, di capire. Ora, so. I protagonisti di quelle storie avevano molte occasioni per tornare indietro, ma non l'hanno fatto. Sono andati avanti, perchè erano aggrappati a qualcosa. - Noi a cosa siamo aggrappati, Sam? - C'è ancora del buono a questo mondo, padron Frodo. Ed è giusto combattere per questo."
J.R.R. Tolkien, Il signore degli anelli.

31 ottobre 2012

Crocetta: sarà vera rivoluzione?

croc

di Antonio G. Pesce - Non deve essere difficile diventare democratici: sei chiamato ad esserlo, soltanto se l’esito della consultazione ti garba. Altrimenti, sono gli altri – sempre questi altri di mezzo! – che non hanno capito. Tanto valeva, allora, togliere loro il diritto di esprimersi. Crocetta è presidente della regione. E da chi come me non è democratico, non può che arrivare l’augurio – il sincero augurio, perché di altri tipi non se ne vede il bisogno – che riesca lì dove altri hanno fallito: evitare quanto meno di far danni, se non addirittura fare qualcosa di buono. Per chi come lui – in Italia sono circa un milione quelli nelle sue condizioni– campa di politica, un fallimento non toglie nulla. A chi, come noi, sopravvivere nonostante la politica, potrebbe significare un ulteriore aggravio di spesa e di malcontento. Tanto ci basta per sperare che gli vada bene, e che nessuno gli remi contro per banale calcolo partitico. O ci si salva tutti insieme, o affonda solo chi non ha il salvagente delle prebende di Stato e dei privilegi di casta. Non è poco quello che porto a testimonianza della mia sincerità d’intenti.

30 ottobre 2012

Quando l'Europa tremava per Heider

Mario Monti, presidente del Consiglio dei ministri, afferma che il rischio di questa Europa, che egli sta così zelantemente contribuendo a costruire, non abbia alcun problema che non sia l'irrazionale euroscetticismo velato di populismo.
Ricordiamo quando si tremava per l'austriaco Heider, frattanto morto in un incidente stradale.
Era il novembre del 2000.

Sarà stata isteria collettiva. Sarà che questa Europa, così propensa a parlare di soldi e moneta, quando parla di politica non trova le parole giuste o, peggio, non è dotata delle appropriate categorie mentali. Quanto meno la calma sarebbe auspicabile se non, addirittura, necessaria. Che ne è stato dell’Austria dell’orco cattivo Haider? Se al grottesco italiano, fino ad ieri, non si ponevano limiti né antagonisti, ormai la concorrenza è assicurata: l’Austria non è più un paese di vecchi relitti nazisti, ma, secondo gli stessi esperti nominati dalla UE, il più civile dei paesi dell’unione, o uno dei più civili. E, dopo qualche mese dalla sua riammissione a pieno titolo nell’Unione, il caso è definitivamente chiuso. Sepolto diremmo.

29 ottobre 2012

L'Europa di Nizza

Era l'8 gennaio del 2001, quando scrissi questo articolo. Tanto per ricordarci come siamo giunti alla situazione attuale. 


Nizza non ha risollevato le sorti dell’Europa: moriremo forse azionisti di questa patria, piuttosto che suoi cittadini? Per ora sappiamo soltanto che ci tocca usarne il denaro, parlare l’unica lingua che il mondo economico europeo conosca, quella dell’Euro, e tacere per il resto. Nessun battaglione sarà chiamato “forze armate europee”, né, tanto meno, si è voluto dare soluzione ai vari intoppi politici, ai quali una così disomogenea struttura da luogo. Soldi. Di soldi si è parlato a Nizza, e tutti sappiamo come i soldi siano valori deboli, ai quali ci si aggrappa quando non si ha di meglio da offrire. Soldi, dicevamo. Non speranze comuni alle quali guardare tutti insieme, non prospettive, seppur vaghe, di un futuro che ci attende, né, ancora, linee politiche da seguire per lasciare in eredità, alle future generazioni, quanto meno l’incombenza morale di sbrigarsela loro, la faccenda dell’unione politica: niente di tutto questo. Soldi e, quel che è peggio, bieca “amoralità” globale.

26 ottobre 2012

Ricordando Craxi




 Articolo scritto per il Corriere del Sud. L'originale porta la data del 29 gennaio 2000. Ne vado fiero ancora oggi di averlo scritto. E proprio oggi, che quel '92 non pare affatto lontano, si comprende meglio come alcuni, ancorché colpevoli, pagarono per tutti. per quelli stessi che, rimasti nell'ombra, hanno continuato a far marcire una nazione.
Il titolo è stato apposto in questa edizione.

Per un buon cristiano, sapersi peccatore va di pari passo con la consapevolezza di non poter mai diventare un buon giudice: non può condannare o assolvere, colui che ha ben chiaro come sia deficiente di luce, e come questa, fonte di salvezza, gli sia stata donata da Chi lo ama profondamente. Certamente non conquistata, né meritata mai, per quanta buona volontà possa profondere il peccatore per la propria redenzione. Non tocca a noi, dunque, che abbiamo ben chiare queste coordinate di vita, dare l’ultima sentenza: ciò che egli sia stato come uomo, il chierichetto della Milano post-bellica, il giovane militante socialista, il capo del terzo partito politico italiano, il presidente che ha sfidato gli States, la pietra di volta d’un sistema di corruzione e malaffare, tutto questo se lo porta nella tomba, lì, in quel bianco cimitero sulla riva della costa tunisina, la lapide sulla quale si riflette quella tanto agognata costa, quei lidi che egli, se non da uomo libero, non avrebbe mai baciato, e d’ora, che è morto, non bacerà più. 

23 ottobre 2012

Intervento Nato in Kosovo







 Articolo dell'agosto 1999 per il Corriere del Sud.

di Antonio Giovanni Pesce - Che il passato  ritorni, questo non ci è dato sapere. Certo è che il presente difficilmente dimentica, e alcune parole, che avremmo voluto non sentire più(in certi contesti), ricompaiono, dall’abisso della storia, come bestie fameliche, pronte a divorarci quel poco di sonno che i tempi duri ci concedono.
Una volta ancora la parola “Serbia”: ieri, 1914, popolo che lotta per una sua dignità, oggi, 1999, manipolo di nazionalisti irriducibili che, disprezzando qualsiasi ambasceria, massacra per la propria civiltà, che vede in pericolo – e non a torto – dagli “yenkee” americani e dai musulmani albanesi. Ieri come oggi: 1914, 1936, 1999, Balcani, terra di fuoco, crogiolo di lingue, culture, religioni, tenute insieme per decenni dal terrore che incuteva il regime del maresciallo Tito e dalla fame del sistema comunista, e divisesi, in pochi anni, per ricercare un anelito di libertà, quella libertà per anni negata e sempre agognata.

Kultur e Zivilisation a Pek







 Articolo pubblicato sul Corriere del Sud nella seconda metà del 1999. Nulla di originale.



La guerra del Cossovo e le immagini, nella loro brutale verità, che ci giungono dalla cittadina di Pek, nel territorio della quale i nostri militari stanno rinvenendo, ad uno ad uno, i tasselli di quell’immenso scenario di morte e distruzione, opera di menti insane che vestono un’ideologia e una divisa perché, senza queste, non saprebbero bene chi siano, riaprono cicatrici mai bene sanate.
E non solo. Perché le posizioni di certa cultura serbo-russa (ma, si faccia attenzione, una piccolissima parte delle intelligenze di quei paesi) sembrano richiamare, per l’uso di parole come “terra”, “sangue”, “istinto ed eroismo”, alcune posizioni assunte dalla cultura tedesca dall’inizio del secolo fino alla sua metà,  ma soprattutto  durante la “vigilia” dei due conflitti mondiali, e un discorso, quello su kultur-zivilisation, che ha visto, confrontarsi due modi di essere, latino o nordico, di immaginare il futuro, di costruire il presente. E, soprattutto, ha visto coinvolta tutta l’intelligenza europea, i migliori intellettuali, nei momenti più tragici della storia del nostro continente.

Quelli che se la cantano

Si potrebbe aggiungere: "Quelli che ritornano".
Ritrovo questo scritto di tredici anni fa, da quest'anno perfino attuale. Il ritorno di vecchi stereotipi nella competizione canora più amata e odiata dagli italiani. 


Quelli che se la cantano, probabilmente se la sarebbero pure suonata da soli, se non avessi avuto i miei trentotto e mezzo. Di febbre, si capisce. E così, questo virus stagionale non risparmia nessuno, me compreso, che rincaso prestissimo, con le ossa tutte rotte, e con uno stato mentale che certo non incita alle letture di prestigio. L’Ente ed essenza, di San Tommaso d’Aquino, giace nel silenzio, sotto la pila dei libri accatastati sulla scrivania. La Fides Et Ratio del Sommo Pontefice, viste le polemiche che ha suscitato, merita un più che vigile lettore, ed io proprio non ci sono. Giornata dura, che piega pure un duro come me.
Cena, plaid e pantofole. Coraggio, mi dico, i ragazzi della tua età con una febbre da cavallo combattevano in Vietnam… che ti potrà capitare?

22 ottobre 2012

L'umano, la maschera e le cose




Un testo che porta la data del 25 novembre 1999. Non mi ci riconosco più, se non nella preminenza che si da all'esistenza umana nel cosmo.
Titolo apposto in questa ultima versione.

La degenerazione di un concetto, di una vita o di che so altro, inizia, sostanzialmente, quando alla sua natura spirituale, metafisica si preferisce attribuire caratteri meno plastici, meno duttili, più rigidi, e questo perché davanti alla multiforme essenza di un qualcosa, di un ente, si materializza una tipica fobia umana che, dopo quella che genera in noi stessi il contatto con la nostra anima, e quella generata dal contatto intellettuale che abbiamo col nostro avvenire, è, certamente, una di quelle che rendono più movimentate le nostre notti, di noi esseri umani, cioè, ed una di quelle che ha reso incandescente il dibattito filosofico dalle origine sino ai giorni che viviamo: la paura che il mondo, questo mondo, fatto di enti, questo mondo fatto di cose e persone, soprattutto di persone, che si muovono, le une potenzialmente nel campo d’esistenza delle altre, possa liquefarsi sotto le mani stesse di chi crede di averlo in pugno, sotto gli occhi di vede – e vede realmente, di chi sente – e sente realmente.

Empia Pietas



di Antonio Ucciardo - Cos’è la pietà? In modo estremamente sintetico, potremmo dire che si tratti del desiderio delle cose che Dio desidera. E poiché nessuno può spingere il suo desiderio fino al cuore stesso di Dio, lo Spirito Santo dona di vedere tramutato questo desiderio in una possibilità concreta. Saper corrispondere ai desideri di Dio è opera della grazia, e non nostra. Tuttavia, il nostro desiderio confluisce nel desiderio grande di Dio, che è la nostra santificazione. Così, attraverso la pietà, noi manteniamo desta la fiducia in Dio e ci conformiamo alla sua santa volontà.

Il silenzio degli innocenti



persecuzione dei cristiani

“Entrò di nuovo nel pretorio e disse a Gesù: “Di dove sei tu?”. Ma Gesù non gli diede risposta” (Gv 19,9).

di Antonio Ucciardo - I vangeli attestano il silenzio di Gesù. Non solo di fronte a Pilato! Commenta S. Agostino: “Gesù taceva; non per nulla era stato predetto di lui: Come agnello condotto al macello, restò muto e non apri la sua bocca (Is 53,7), come precisamente è avvenuto quando non rispose a chi lo interrogava. Egli rispose, è vero, ad alcune delle domande che gli furono rivolte; e pertanto è per quelle alle quali non volle rispondere che è stato paragonato all’agnello, appunto perché, nel suo silenzio, non fosse considerato colpevole ma innocente. Tutte le volte che non aprì bocca dinanzi ai suoi giudici, si comportò appunto come agnello che tace davanti al tosatore, cioè: non come un colpevole conscio dei propri peccati e confuso innanzi all’accusa, ma come un mansueto che viene immolato per la colpa degli altri” (Commento al Vangelo di S. Giovanni, 116, 4).

Lo spirito del Quirinale e il "salotto dei Cortesi"


di Antonio Ucciardo - Ieri il “Cortile dei gentili” ha inaugurato la sua tappa ad Assisi con l’intervento del Capo dello Stato. Atto di rispetto istituzionale, presumo. Non so spiegarmi altrimenti la presenza di Giorgio Napolitano, che, a conclusione del suo discorso, ha voluto richiamare lo spirito di Assisi. Accogliamo con il massimo rispetto le parole che il Presidente ha riservato al difficile momento che il nostro Paese attraversa, riconoscendo la bontà delle affermazioni sull’importanza del bene comune e dell’invito rivolto a tutti, credenti e non credenti, a voler “rianimare senso dell’etica e del dovere”. Mi sono chiesto dove fosse il Dio evocato nel tema assegnato a questo Cortile. Forse è troppo pretenderlo dalla più alta carica delle nostre istituzioni repubblicane. In fondo, il Presidente ha indicato nello spirito di Assisi la metodologia da seguire in questo difficile momento, nel quale abbiamo bisogno “di apertura, di reciproco ascolto e comprensione, di dialogo, di avvicinamento e unità nella diversità”. E quindi siamo serviti! Abbiamo celebrato un bel momento di confronto e possiamo ritenerci soddisfatti.

Il puritanesimo come “arma di intolleranza”


di Antonio Ucciardo - L’America puritana è indignata contro mons. Cordileone, vescovo eletto di San Francisco, sorpreso dalla polizia di San Diego con un tasso alcolico superiore a quello consentito in California. In un paese nel quale si può girare liberamente con le armi, si prova orrore di fronte a questo gesto. La legge va rispettata, ed un vescovo od un prete devono sforzarsi di essere esemplari. Su questo nessun dubbio! Da qui a sostenere che fosse ubriaco, però, ce ne passa. Anche perché il prelato era in compagnia di un sacerdote e della madre. Non penso che un vescovo non si curi dell’incolumità della propria madre. Nessun referto è stato reso pubblico. In assenza di dati certi, potremmo ipotizzare che si sia trattato di un bicchiere in più, che non toglie la necessaria lucidità a chi si mette al volante. Non dobbiamo difendere ad ogni costo mons. Cordileone. Si può avere una madre rimbambita ed un sacerdote ubriacone al seguito! E può capitare a tutti di alzare il gomito, pensando che ci si conosca a sufficienza e che si devono percorrere soltanto pochi chilometri in città.

17 ottobre 2012

La mattanza a sinistra



Testo del 25 febbraio 2002. Pubblicato sul Corriere del Sud del quale non ho la copia originale. Rivisto in alcuni dettagli nell’ottobre del 2012. Lo ripubblico perché – ahinoi! – in alcune parti ancora attualismo. In altre no. Un uomo, però, è sempre responsabile di quel che ha pensato. In una nazione che tende facilmente a cavalcare i buoni propositi del momento, questo potrebbe anche essere un atto eroico, se non addirittura sovversivo.

Titolo apposto nell’attuale versione.


di Antonio Giovanni Pesce - Chi conosce noi e il giornale che ci ospita si sarà accorto, ne siamo certi, che quando possiamo le suoniamo a tutti, senza alcuna distinzione, ma la giusta imparzialità del pubblicista diventa mero strumento di vanità col quale crogiolarsi, se non si ha l’ardire, quando urge, di testimoniare la verità sugli eventi. In fin dei conti, l’unica cosa che abbia veramente valore. E allora tagliamo corto – i lettori sanno, e della loro opinione solo ci importa, e cerchiamo di ricostruire il filo che lega fatti apparentemente così distanti, come il ribollire di Cofferati, le arringhe di Moretti, l’angoscia di Rutelli per i pericoli che la democrazia correrebbe in Italia, i comizi del’ex presidente super-partes della “pluralista” Rai, Zaccaria.

Incapaci del reale?




Si tratta di un testo composto a commento di una rivista letteraria, stampata a Catania e diffusa da giovani studenti della facoltà di Lettere. Correva l’anno 2002, e il documento porta la data del 28 maggio.
Corretto solo per alcuni errori, mi piace riproporlo, ma vi va aggiunto un commento veloce. In un articolo di apertura, un redattore, A.S., affermava che la poesia dei nostri tempi è figlia più di un certo surrealismo, che non già del realismo classico. Se avessi avuto allora la conoscenza del pensiero di Del Noce, non mi sarei sorpreso così tanto che intellettuali sedicenti di sinistra si dessero così alla ‘deviazionismo’ borghese. Rimane il problema, da me come da A.S. non risolto, di che cosa si intenda per realtà. la pedissequa descrizione di ciò che accade è realtà? Non credo. La realtà a cui tende l’arte, e in modo sublime la poesia, è una realtà più profonda, il senso ultimo di ogni fenomeno.
Giusta questa veloce definizione, Baudelaire non è meno realista di Celine, e questi non è realista per come scrive e per ciò che descrive, ma per quello a cui tende.

Il titolo è stato apposto in questa versione.

Siamo più figli di Poe e Baudelaire che non dì Pavese o Celine: questo, in definitiva, la diagnosi tracciata da Sparatore, che mi vede concorde – anche nel richiedere  un maggiore contributo da parte di altri “stili” o modalità di espressione.
Credo ciò non sia un problema: le riviste, quando sono vere e non confezionate ad arte, fanno emergere, seppur velatamente, il comune sentire in merito alla “composizione”, alla tecnica attraverso la quale l’uomo diviene artefice di un qualcosa. L’uso di una o di un’altra tecnica, dunque, non è un problema, ma lo è, per fini conoscitivi, il perché ne venga preferita una ad un’altra: è il fenomeno che emerge, ma se seguito nella sua scia, ci potrebbe portare a capire i pensieri, le letture e perfino le speranze e i costumi della nostra generazione, evitando, al tempo stesso, gli sterili contenitori generali.
Quanti, leggendo il nome di Poe o di Baudelaire, non sono tornati agli anni del liceo quando, magari durante le interrogazioni (altrui!), o la sera, con una musica di sottofondo, leggevano quei versi o quei racconti, così lontani, così distinti da quanto lo studio curriculare offriva? L’uomo non è ciò che mangia, ma scrive secondo ciò che legge.
Potrebbe esserci una spiegazione non “educativa” – diciamo così, ma storica: l’Occidente decadente è la terra che ha visto tramontare la Parola. La Parola tramonta, lì dove si viene deposto il suo senso:  e che senso potrebbe mai avere, se l’uomo ha chiuso se stesso un in bieco scetticismo? Un’analisi di un qualsiasi discorso, al di là di chi ne fosse il soggetto, farebbe emergere una sequenza di “secondo me”  quasi infinita, segno tangibile di come ormai l’uomo occidentale si sia chiuso in un’autarchia ridicola, come sia diventato un ufficio postale senza dogana.
Ragioni più empiriche, più soggettive non sono da escludere: e se fosse pure colpa di un male profondo, di questo chiuderci in  noi stessi, di questa paura del confronto, del dialogo, chiusi nelle nostre paure, nelle nostre insicurezze? Se la malattia, più che essere di tutto l’Occidente,  fosse innanzitutto un morbo che ha attaccato tutti noi, che temiamo il mondo perché, ormai, se siamo liberi di realizzarci – anche socialmente, tuttavia vediamo a quali repentini crolli si sia soggetti, e temendolo, lo rigettiamo completamente?
Forse Sparatore ha colto nel segno  quando, senza tanta retorica, scrive che “i giovani non hanno più la tecnica o l’immaginazione per raccontare la realtà così come la vedono”, ma anche lui, in fin dei conti, propone più risposte, senza dimostrare propensione alcuna per una specifica. Che dire? Ciascuno dica la sua. Io sono tra i realisti – magari mal riusciti, ma non riesco a staccarmi dalla realtà, perché altrimenti non saprei giustificare alla mia coscienza come un terzo possa sapere gli intimi pensieri del protagonista, tranne attraverso certe “trovate”, che non ho ancora sperimentato. 
Concludo, facendo notare come si sia davvero lontani - grazie a Dio - dagli schematismi di metà secolo: oggi essere surrealisti o realisti non ha altra connotazione che quella artistica.

Antonio Giovanni Pesce


I nuovi barbari e il sacrificio del successo

Quando questo articolo apparve, nel febbario del 2004, in un foglio del paese in cui vivo (Motta S. Anastasia, Catania), in molti mi accusarono di bigottismo, nonché di aver generalizzato molto. A distanza di anni, le medesime cose sono state scritte sui giornali radical chic di questa nazione in decadenza. Passano le mode, ma non gli italiani pronti ad intrupparvisi.

di Antonio Giovanni Pesce - Chiunque abbia studiato un po’, spesso si sarà trovato a fare i conti con i barbari. Sì, quei signori che scendevano dalle steppe delle Germania, per far man bassa dei tesori e della civiltà romana. Ammetto che, con i tempi che corrono, magari si è più informati su come fare la velina (quale movenze siano più attraenti), su quale pezzo scimmiottare davanti ad una platea (quanti Gasmann ha prodotto la nostra civiltà!) o, più realisticamente, a chi portare la borsa per avere il tanto agognato posto fisso. Ma noi ci proviamo lo stesso a parlare dei barbari. Soprattutto perché, ormai, il concetto di barbaro è diventato assai democratico: non servono studi storici per pochi eletti, perché il barbaro ci passa sotto la finestra,  magari ce lo abbiamo come vicino di porta…. magari dorme nella stanza accanto, e porta il nostro stesso cognome. E quindici, sedici anni fa un dottore in camice verde ce l’ha presentato come nostro figlio, nostro fratello, nostro nipote……

Epifania della Luce

Lo scritto, che ritrovo tra vecchie carte, è datato mercoled' 16 giugno 1999.



In principio era la Luce.
Il Principio fu la Luce, e la luce era presso l’Infinito e l’Infinito era la Luce. Tutto fu creato, tutto divenne e, ancora, negli attimi che passano, tutto diviene per mezzo e ad opera dell’Infinito. L’Infinito ha amato, l’Infinito fece il suo Amore Parola, e la sua Parola divenne Luce, divenne Verbo.
La Luce, che è Verbo, ha lasciato gli splendori dell’Infinito, ha attraversato gli spazi siderali del Cosmo, essa è stata Cosmo, la Luce è ordine per la materia che giace, melliflua, nella spasimo del Peccato. Essa, la Luce, è ordine per lo spirito immondo dell’ente, è Verbo per l’anima dell’uomo.
La Luce, quando ancora giaceva immobile la pendola dell’Universo, e non si sentiva il rintocco sordo dello scorrere della vita per le mute vie celesti, la Luce passò. Fu, allora, che nacque IL PRIMA e IL DOPO, IL PRECEDENTE e IL SUSSEGUENTE. Per questo, ancora oggi, parliamo d’un INIZIO, perché ci è dato vedere il sorgere del sole, e lo scintillio fluttuante dei suoi raggi imperversare sul moto regolare del mare, e il bagliore, ormai maturo, del giorno che nasce. Non sappiamo, però, della FINE. Ci è concesso immaginare, perché lo spirito dell’uomo è grande e immense sono le quantità di colori  cui può cibarsi, e innumerevoli le sfumature con le quali dipingere un suo mondo, e molteplici le tonalità con le quali conferire espressione ai pensieri. Non può sapere, però. Tace il suo pensiero. Chiusa rimane la bocca. Egli sa d’una FINE. Non sa, però, la FINE. Egli sa che il giorno finisce quando lunga s’è fatta l’ombra dei cipressi, quando si distendono lontane le immagini di uomini che camminano, chiusi nella frotta dei propri sentimenti. Egli sa che il giorno non ha più tempo per sé, allorché vede il rossore del sole sbiancarsi su pareti umide, tra le quali si è consumata un’altra esistenza, il soffio vitale della quale rimane prigioniero di sudate carte disperate. Egli sa. Altri bagliori, altri flutti dorati, altre splendenti carezze solari, però, sorgono in altre parti del mondo. E dove c’era vita ora c’è silenzio, e dove c’era silenzio ora c’è vita. Altri luoghi, eppure una sol vita; altri bagliori, eppure una sola emozione; altri uomini, eppure un sole solo. Egli sa, dunque, d’una FINE. Non sa, non può sapere della FINE.
Sta scritto, che passò la Luce e vi fu IL PRIMA e IL DOPO. Mai sia scritto, che nessuna mano si macchi di un tal delitto –diceva, in principio, l’Infinito- che vi fu, vi è o che vi sarà IL DURANTE. IL DURANTE è la Luce medesima, che, celere, attraversando il Creato, fende lo Spazio e il Tempo. E’ Spada sfolgorante che taglia l’atomica materia inerte. E la materia inerte non può essere IL DURANTE. L’inerte materia può essere e IL PRIMA, può essere e IL DOPO, non può essere IL DURANTE. Essa non ha coscienza. Si conosce quello che è stato, si immagina quello che sarà. Non si può sapere quello che si è se non che si è Figli della Luce. Lo Spazio e il Tempo contengono la materia, non sono la materia. La materia è contenuta in un dato Spazio e in un Tempo precisato. Essa, la materia è contenuto, non contenitore. E la Luce, non sia mai detto che la Luce è lo Spazio e il Tempo. Come può un ramo fendere il ruscello che scorre, rapace, verso il mare, se fosse esso stesso ruscello? o se fosse anche solo nel ruscello? parleremmo, allora, di ramo e di ruscello? o, forse, che  le nostre parole mirerebbero a descrivere due entità distinte: una che c’è, l’altra che viene. 
La Luce creò il PRIMA e il DOPO. 



15 ottobre 2012

Il Vangelo, speranza per la Sicilia


Pubblichiamo la riflessione del rev. don Antonio Ucciardo, presbitero della diocesi di Catania e teologo, sulla nota della Cesi dal titolo Amate la giustizia, voi che governate la terra, divulgata nei giorni scorsi.     

vangelodi Antonio Ucciardo* - Nel clima attuale di disaffezione alla politica, lesivo per la convivenza democratica tanto quanto l'utilizzo errato delle opportunità concesse ai cittadini, bisogna segnalare la vigorosa presa di posizione dell'Episcopato Siciliano, che ci viene consegnata nella nota Amate la giustizia, voi che governate la terra (9 ottobre 2012). Le riflessioni dei nostri vescovi rappresentano sicuramente un contributo utilissimo all’arduo compito di tenere desta la speranza in una possibilità di autentico rinnovamento.

Quaderni Leif - 8/2012

E' uscito il nuovo numero della rivista "Quaderni Leif". In questo numero: 

Noterella redazionale, 5
Omaggio a Jean Mesnard
Jean Mesnard, Le livre et la vie,  7

Maria Vita Romeo, Un sintetico bilancio, 17

Giuseppe Bentivegna, I Pensieri di Pascal nella interpretazione di Jean
Mesnard
, 21

Domenico Bosco, Il Pascal di Jean Mesnard. Un Pascal “fedele”…
per tutti,
37

Maria Vita Romeo, Pascal e il gesuita Padre Noël: una polemica
«piena» di «vuoto»,
57
Agorà

Rosario Castelli, Il paradosso della paternità: Kiešlowski e il quarto
comandamento,
83

Alessandro De Filippo, Perdona e dimentica: crimine, pentimento,
condanna, espiazione,
93

Maria Vita Romeo, Descartes: la générosité come simulacro della carità, 105

 Spigolature

Antonio Giovanni Pesce, Un ospite scomodo nella modernità, 123


Per scaricare la rivista, cliccare qui

12 ottobre 2012

I Vescovi siciliani: "Sicilia in declino"

vescovi

di Antonio G. Pesce - È stato presentato alla stampa il 10 ma divulgato soltanto ieri, il documento della Conferenza Episcopale siciliana Amate la giustizia, voi che governate la terra, disanima impietosa dello stato in cui versa la Sicilia, ma anche sprone per uomini di buona volontà e laici cattolici, perché non venga meno l’impegno ad una società più giusta.

«Non tocca a noi Pastori – scrivono i vescovi siciliani - pronunciarci sugli aspetti tecnici e strettamente politici della crisi in atto. Siamo convinti, però, che essa ha una radice culturale e morale che ci interpella come cristiani. Prendiamo parola allora, in forza di uno sguardo radicalmente nuovo sulla realtà, che scaturisce dal quotidiano incontro con la presenza viva di Gesù Cristo, nostra vera Speranza». Il primo paragrafo è dedicato a delineare i tratti di un declino che, per i prelati siciliani, non è solo di natura economica, ma morale ed educativo. L’autonomia che lo Statuto prevede non può diventare occasione per «riaffermazioni di una sicilianità perduta o in improvvisate piattaforme rivendicazioniste nei confronti dello Stato». Semmai, va proposta «un’autonomia della competenza e della responsabilità», che ricordi a ciascuno l’importanza del proprio contributo.

Cuffaro è ancora un uomo

cuffaro santo

di Antonio G. Pesce - Inutile girarci attorno: la generazione di chi sta scrivendo queste righe (spero in un linguaggio non molto forbito, ma mi si permetta di mettere qua e là un congiuntivo) ha un futuro da ricomprare. Venduto sulle bancherelle del mercato internazionale da corrotti sensali. Il fallimento della classe politica, italiana e sicula, sta tutto qui. Tutti corrotti i politici nostrani? No, però come una rondine non fa primavera, uno sparuto gruppetto di persone perbene non può migliorare le sorti di una nazione, perché l’onestà ha più problemi a riunirsi che non il malaffare.

Catania in clausura

burqua

di Antonio G. Pesce - Non mi metterei a scrivere per difendere me stesso. Sono indifendibile per tante cose, tranne che per quelle che mi vengono imputate in questo caso. Ma c’è di mezzo l’amico Salvatore Daniele, altra pudica persona che scrive per diletto e gli amici io li difendo. Non è mio costume giudicare il lavoro altrui, tranne quando si tratta di ristabilire la verità dei fatti. In un sito, uno dei tanti che si trovano in rete per cambiare il mondo e purificarlo dal male, un gruppetto di giovani fanciulle ci dà degli idioti, facendo nomi e cognomi e criticando le foto a corredo di taluni articoli. Non solo! Le signorine chiedono la chiusura del giornale, pur sapendo che, per queste ragioni, a stento cose del genere, accadono in Iran. Si tratta di ricerca di visibilità? No, è che in certe zone del cervello politico di questa nazione, se non si firma un appello, ci si sente quasi inutili. È una di quelle cose che potrebbero essere lasciate cadere, ma siccome posso vantarmi, proprio in questo caso, di scrivere che «l’avevo detto» (e non mi capita quasi mai di avere ragione!), la soddisfazione di commentare la cosa me la prendo. Anche perché fare notare alla signorina giornalista, con mezzi legali, che criticare l’operato di un giornale o le idee di una persona è altra cosa che dare dell’idiota a qualcuno, significherebbe tramutare il gruppo facebook che ha creato (e nel quale democraticamente chiede di silenziare una voce e dal suo punto di vista, perfino di reprimere costumi sessuali erronei) in una valle di lacrime e di lamenti contro il regime, la stampa di regime, le porcate di regime e bla bla bla. Inoltre, non è il caso di far pagare all’anello più debole della catena il conto altrui.

La 'par condicio' si abbatte sul consiglio comunale di Catania

di Antonio G. Pesce - Concorrenza. E proprio non mi va. Io dico: mizzica, ti metti, Manfredi Zammataro (La Destra) a fare il cronista su Twitter, togliendo il posto di lavoro alla povera gente? Ecco che rischio la disoccupazione, se si continua di questo passo. Questa volta lo ‘sdillirio’ destrorso non è dovuto al ritardo dei suoi colleghi, ma alla mancata diretta streaming sul sito del Comune. Dico: non è che uno c’ha perso tanto, dal momento che l’assise è stata sciolta per mancanza del numero legale. Però, metti che un cittadino vuole passare una serata tranquilla - la birrazza accanto, i mutandoni da sbarco e la canottiera a costine (abbigliamento più che adatto ai trenta e passa gradi che continuano a martoriarci) – e si mette al pc per vedere che cosa fanno i nostri intrepidi eroi. Che si ritrova? Un quadretto nero con dentro un cerchio che gira… gira…. gira… e poi finisce che al cittadino gli ‘girano’ i nervi che manda tutti a quel paese, dove comunque, da qualche trentennio a questa parte, pare abbia trasferito la propria residenza l’intera classe politica italiana. Perché il consiglio comunale è stato oscurato? Sembrerebbe per motivi di ‘par condicio’: Valeria Sudano (Pid), Giacomo Bellavia (Pdl) e lo stesso presidente del consiglio, Marco Consoli (PdS), sono candidati alle prossime elezioni regionali. Dunque… beh, potrebbero usare il mezzo streaming per mettersi in vista, e dunque…. Scempiaggini! Corbellerie! Minchiate, insomma. Minchiate come possono capitare solo in Italia. Non c’è da dubitare della spiegazione di Consoli: le cose sono andate così. Proprio per questo sono assurde. La difesa della democrazia (a questo dicono serva la par condicio) non può ledere la democrazia. Il rispetto dell’informazione non può oscurare l’informazione stessa. Consoli, Bellavia e Sudano, fino a prova contraria, quel posto da consigliere non lo hanno avuto in eredità, ma da quel popolo che ha diritto a vederli in aula e che, se vorrà, potrà mandarli a Palermo. Proprio questa logica è indice del degrado politico che viviamo: la presunzione che si faccia un favore a piazzare una telecamera in un’assise pubblica. No, è un diritto del cittadino e un dovere dei rappresentanti. Che lì ci sono non per rappresentare se stessi ma un elettorato. Un elettorato che ha diritto di vederli in aula. Magari, poi, dividendo la pula della retorica elettorale dal grano della politica.

Samba in consiglio comunale

samba

di Antonio G. Pesce - Che sarebbe stata una festa, il puntualissimo Manfredi Zammataro (LaDestra) non lo avrebbe creduto. Sfiduciato, twittava – perché Zammataro è uno di quelli che i social network li usa, e non li stampa solo sui manifesti elettorali – il numero dei consiglieri in aula: appena 11 ad appena un quarto d’ora dall’inizio.

Il povero cronista consiliare che lo leggeva così esclamava: «Accidenti! fatica sprecata». Che, tradotto nei termini aulici del dialetto catanese suona pressappoco: «Bonu va! Traficu pessu!». Eppure, entrambi sarebbero stati sorpresi, perché lì dove c’è Carmencita Santagati c’è party. Se abbia portato dolcini e spumante non sappiamo, però per congratularsi con lei, nominata da poco assessore all’Ecologia e Ambiente, i consiglieri hanno fatto ressa sugli scanni. Alla prima votazione utile erano venticinque: un numerone, considerando che il massimo, finora registrato, è di circa trenta presenti contemporaneamente. Ed è stato un tripudio: tutti ad augurarle un buon lavoro e a congratularsi con lei che, vestita con sobrietà e con un pizzico di brio (pantaloni e camicia che giocavano col rosso e il nero), ha tenuto un composto discorso quasi da madrina ‘super-partes’. Ma due cosucce fortemente politiche le ha dette: dare a terzi la gestione di parchi e giardini ed arrivare a Natale col verde pubblico più curato. Ed in effetti, Zammataro, Sebastiano Cimino (Mpa), Vincenzo Castelli (Pdl) e Francesco Navarria (Misto) avevano comunicato disservizi o problemi ricadenti nella competenza del nuovo assessore. Che ne avrà di lavoro.

Sarà stato il clima creatosi in aula, ma si arriva – addirittura! – ad approvare due – dico due – verbali di sedute precedenti, quelli su cui era venuto a mancare il numero legale negli scorsi appuntamenti. Per amor di cronaca: verb. 227 del 21 marzo 2012 e il 228 del 26. Così, tanto per dire! Non solo. Si passa al punto quarto: Atto d'indirizzo politico - Proroga della convenzione del Consorzio Istituto Musicale V.Bellini. Si corre: approvato con 25 voti favorevoli su 25 presenti. Infine, il quinto punto: il programma triennale delle opere pubbliche (2012-2014) e l'elenco annuale per l'anno 2012. Qui – uno pensa – cascherà l’asino. L’assessore ai Lavori Pubblici, Giuseppe Marletta, illustra il provvedimento. Due le linee guida: manutenzione dei beni dell’ente e completamento dei lavori già appaltati. Nell’elenco, scuole e impianti sportivi. Navarria chiede la parola solo perché rimanga agli atti che è l’opposizione, per senso di responsabilità, a non far mancare il numero legale. Sono presenti in ventisei: ventuno votano, di questi venti sono favorevoli, uno contrario e cinque si astengono. Il cronista si può riposare. È stata una corsa, ma ne è valsa la pena.

Misterbianco e Motta uniti contra la discarica di Tiritì

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di Antonio G. Pesce - Le vecchie generazioni raccontavano degli insulti, degli sputi e perfino delle risse incorse tra gli abitanti di Misterbianco e Motta S. Anastasia. Le giovani, invece, terranno memoria di questo 15 settembre, giorno in cui i due paesi, dimenticata definitivamente l’antica ed inutile rivalità, hanno sfilato insieme contro l’ampliamento della discarica di contrada Tiritì, situata ad appena qualche chilometro dai due centri abitati. E che da qualche anno, ormai, ammorba l’aria della zona.

Ripercorrere le tappe che hanno portato ottocentomila metri cubi di immondizia a così breve passo dalle abitazioni, sarebbe troppo lungo, e si dovrebbe risalire agli anni ’70, con i successivi vent’anni caratterizzati da continui concessioni e dinieghi di autorizzazioni. Finché non si è entrati a regime.

Il cuore elettorale del Consiglio comunale



di Antonio G. Pesce – Erano le 18.55, quando Manfredi Zammataro twittava: «consiglio comunale di #Catania fissato oggi per le 19. Alle ore 18.50 in aula siamo appena in cinque su 45...#quattrogatti #politica». Quattro? No, tredici i consiglieri presenti alla seduta di prosecuzione di ieri sera. Sempre pochi. Il presidente, Marco Consoli – l’aria dimessa di chi sembra quasi lì per gettare la spugna – apre la seduta, e la chiude manco 40 secondi dopo. Mancanza di numero legale.

Lo capisco: Catania può attendere, c’è Palermo (non città, ma capoluogo di regione) che chiama. Le elezioni incombono. La battaglia è serrata, perché molti si sono candidati, e tutti si credono capaci di rappresentare un popolo stanco (il peggiore che possa capitare ai tanti venditori di fumo). Quindi, le squadre si muovono: compatti legionari, che pensano di aver in tasca la fiducia incondizionata dello scimunito x percento che li ha votati alle comunali. E poi – me lo scriveva su Facebook una mia cugina – il mare di settembre è qualcosa di meraviglioso.

L’anno scorso lo scrivemmo fino alla noia. Che Catania, cioè, ha bisogno di una classe politica che non si affaccendi in altre faccende che in quelle della città. Pubblicammo perfino i dati sulle presenze. Quando la cosa ebbe una certa eco, si presentò un mazzo di consiglieri (2 su 3 per l’esattezza: mediamente 30 a seduta), molti tra i quali a rimproverare il “populismo” (manco sanno che cosa sia) dei mezzi di informazione, e a sprecare fiato con la solita cantilena della “politica fatta tra la gente” e bla bla bla. Non è servito a niente. Esperienza vuole che, finita la festa dell’estate, delle elezioni qui e là, delle assemblee di partito e i mal di pancia per le poltrone mancate, si torni al consiglio, quanto meno per far numero. Lascio immaginare con quale spirito.

Il Consiglio comunale dei soliti ignoti

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di Antonio G. Pesce – «Siamo qui sempre i soliti ignoti» sentenzia Vincenzo Castelli (Pdl), sbuffando un po’ alla fine della sua comunicazione. Erano quindici (circa) al Consiglio comunale di ieri sera. Se giovani, e pure belli, non ci è concesso dire. Però un po’ incacchiatelli sicuramente. Parla per primo Castelli. Si congratula con l’Amministrazione per le manutenzioni di via Zia Lisa, le ricorda che l’anno scolastico è iniziato e ci sarebbero strisce pedonali da rifare, qualche buca da riparare, ecc. Però, «le cose si fanno – dichiara – nonostante qualche consiglio di quartiere affermi di no».

Consiglio Comunale di Catania: c'è puzza, ma non di soldi

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di Antonio G. Pesce - A metà seduta, nel consiglio comunale di ieri sera, Valeria Sudano (Pid) e Francesco Navarria (Misto) hanno dato vita ad un simpatico siparietto, al centro del quale era il problema dell’informazione a Catania. La Sudano rettificava il contenuto di un articolo apparso, sulla stampa locale, proprio ieri, e riguardante il bilancio comunale,mentre Navarria faceva notare il buio calato sui lavori della suprema assise democratica della città. Ahu, belli! E noi che ci stiamo a fare qui?!

Partiamo in grande spolvero. Il presidente, Marco Consoli, ha con classe e autorevolezza gestito una contestazione da parte di una signora del pubblico e calmierato il consigliere Antonio Bonica (Fls) che battibeccava con la dott.ssa Ligresti. Autorevolezza e classe che potrebbero esprimersi in consessi più ampi? Chissà! Dopo l’apertura dei lavori, ha chiesto la parola Saro D’Agata, capogruppo Pd. Il più ciceroniano dei consiglieri non ha mancato l’occasione: seppur con qualche chilo in meno – ci è parso – le sue saette contro l’amministrazione, rea di non provvedere al pagamento degli stipendi dei dipendenti comunali, si sono infilzate nel punto più dolente. In replica, sarà l’assessore Roberto Bonaccorsi ha rispondergli: l’ente (il comune cioè) vive di risorse proprie e di trasferimenti statali. Ora, quelle proprie non ci sono: non c’è avanzo di cassa… insomma, soldi da parte non ce ne sono, e basta un intoppo perché i conti vadano a ramengo. E i trasferimenti statali? Be’, quelli ci sono stati, con un provvedimento ad hoc da parte del ministero degli Interni, ma solo per le regioni a statuto normale. Infatti, per chiarire la cosa, mentre voi, lettori, vi sorbite l’ultima granita dell’estate o il primo cappuccino dell’autunno, Stancanelli sta volando a Roma. Vediamo che ci porta: speriamo non il solito souvenir delle bancherelle.

9 ottobre 2012

Kierkegaard e le ragioni di Abramo.

Sacchi, Dario, Le ragioni di Abramo. Kierkegaard e la paradossalità del logos

Milano, Franco Angeli, 2011, pp. 144, euro 19, ISBN 9788856841794 

 
Una storia della filosofia dei nostri tempi non potrebbe tralasciare Dario Sacchi, teoreta finissimo, che in quest’opera si confronta con Kierkegaard, avendo già dato saggio del suo pensiero in opere come Libertà e infinito (2002) e Lineamenti di una metafisica di trascendenza (2007). E come in queste, in Le ragioni di Abramo Sacchi non lusinga il suo lettore: non sono libri facili i suoi, perché sono libri scritti da un filosofo per filosofi, e non già per turisti del pensiero.

E i problemi, quando sono davvero tali, non vanno smussati, ma affrontati e vinti (o, almeno, lo si spera).

Il percorso descritto dal filosofo milanese è davvero impegnativo: innanzi tutto, dimostrare che il pensiero kierkegaardiano non cede alla facilità dell’irrazionalismo. Si tratta, semmai, di appropriarsi degli strumenti giusti, per sceverare quell’abisso di senso che i suoi scritti celano. Una razionalità più ricca di quella ‘mostrata’ da una ragione che, come la luce artificiale, appiattisce senza dare profondità: la profondità che solo un corpo, col suo carico di individualità, può dare. 
Il primo capitolo è dedicato ad approfondire proprio questo aspetto, e Sacchi distingue sia il male che il tempo dal concetto di spazio: “eppure a dispetto di tutte queste dottrine, spiritualistiche o addirittura scopertamente idealistiche, e dei loro fittizi ancorché lontani antecedenti aristotelico-scolastici, la verità è che nell’estensione, e quindi nella corporeità, permane un quid positivo che è del tutto assente dallo spirito e che quest’ultimo non potrà mai, per dir così, digerire o assorbire – in termini più dotti, trasfigurare o trasvalutare – in maniera tale da farlo esistere eminenter dentro di sé, così come si dice che nell’animale esiste eminenter la vitalità del vegetale e che nell’uomo si ricapitola tutta la natura subumana” (p. 16).
Proprio questa conquista, che Sacchi sa leggere anche perché con il filosofo danese condivide l’evento dell’Incarnazione, apre a Kierkegaard la possibilità di un immanentismo che non chiude l’uomo nella virtualità di un’operazione mentale, e non gli preclude quella di una trascendenza che non neghi il mondo, vanificando di fatto il senso della Creazione. Dunque, il problema non è la dialettica in sé, ma quella hegeliana: vi è uno squilibrio tra corpo e anima – lo dice per sé lo stesso autore di Timore e Tremore -  con lo spirito che è la “coscienza, particolarmente lucida e vigile” che si ha di questa sproporzione. 
Ciò che io sono, quindi, è conquista, e non già ricordo, ed è per questo che lo spirito è “la seconda volta”, l’immediatezza riconquistata, “matura”. Così, Sacchi apre un capitolo molto denso sul senso della soggettività, che egli può affrontare senza naufragare nella sterile polemica, perché allievo di Bontadini, cioè di quel “metafisico radicato nel cuore del pensiero moderno”, che seppe capire l’attualismo gentiliano pur partendo da una formazione neoscolastica, tanto da sembrarne, a distanza ormai di più di un sessantennio da quell’incontro, l’interprete migliore.