"-E' come nelle grandi storie, padron Frodo, in quelle che contano davvero. Erano piene di oscurità e pericolo, e a volte non volevi nemmeno sapere come andavano a finire, perchè come poteva esserci un finale allegro? Come poteva il mondo tornare come prima dopo che erano successe tante cose brutte? Ma alla fine, era solo una cosa passeggera, quest'ombra. Anche l'oscurità deve finire. Arriverà un nuovo giorno, e quando il sole sorgerà, sarà ancora più luminoso. Quelle erano le storie che ti restavano dentro, che ti insegnavano qualcosa, anche se eri troppo piccolo per capire perchè. Ma credo, padron Frodo, di capire. Ora, so. I protagonisti di quelle storie avevano molte occasioni per tornare indietro, ma non l'hanno fatto. Sono andati avanti, perchè erano aggrappati a qualcosa. - Noi a cosa siamo aggrappati, Sam? - C'è ancora del buono a questo mondo, padron Frodo. Ed è giusto combattere per questo."
J.R.R. Tolkien, Il signore degli anelli.

30 settembre 2010

LA VERITA' ? SIAMO NELLA CACCA!


di Antonio G. Pesce- Finalmente ieri sera, quasi a reti unificate – manco parlasse il nostro presidente della Repubblica – il ministro della giustizia di Santa Lucia ci ha fatto sapere che è Giancarlo Tulliani il beneficiario (proprietario) della società offshore che detiene l’appartamento di Montecarlo.

Dopo quelli di Gheddafi, siamo riusciti a portare alla ribalta della cronaca internazionale anche gli intrallazzi di uno staterello sperduto in mezzo al mar dei Caraibi. E le ‘faccende’ di un cognato, del quale il paese delle baronie e delle parentele non sentiva la mancanza. Questa però è solo una delle verità che stanno pian piano ergendo. Noi italiani, quando possiamo, le cose le facciamo in grande. Non siamo il popolo delle mezze verità: o nessuna, o tre tutt’un tratto. Perché se è vero quel che da Santa Lucia ci dicono – sempre che il pentimento non arrivi con altrettanta solerzia degli spifferi– allora ne consegue un’altra verità, penosa da ammettere ma semplice a capirsi: c’è chi la sapeva la verità, e ha fatto di tutto perché emergesse. Prima o poi. Perché? Perché gli faceva comodo che venisse a galla. Tutto qui.

Perché, altrimenti, un capo di governo dovrebbe ricevere informazioni da un suo ministro su una delle centinaia di migliaia di società che gli nascono e muoiono nello stato? Perché un ministro di un’isola grande quanto metà dei quartieri spagnoli di Napoli, dovrebbe scrivergli su tanto di carta intestata una missiva, senza che qualcuno gliel’abbia chiesta? Perché una lettera così riservata – dato che in parte coinvolge la terza carica di uno stato tra i più importanti del panorama mondiale (se procediamo di questo passo, ancora per poco)- esce fuori, e finisce su due giornalini online? Perché rimbalza solo in Italia? Perché… (dobbiamo continuare?).

Non s’è mai visto un paradiso fiscale così indignato di vedere il proprio nome accostato ad una truffa. Semmai, a Santa Lucia avrebbero di che indignarsi per l’entità della stessa. Almeno, dal punto di vista fiscale. Perché da quello politico dormano sereni: anche loro avranno un posto nei nostri annali di storia patria.

Coraggio signori! Diciamocela tutta la verità: le veline caraibiche hanno a Roma il proprio ‹‹utilizzatore finale››. Ed è questa la verità sulla scoperta del fatto.

Per dirla tutta, però, dobbiamo parlare anche della verità sulle conseguenze del fatto. Qui viene difficile purgare la penna. Mica siamo al Corriere – una scrivania e un buon stipendio. Qui i pezzi li scriviamo la notte con un occhio chiuso dal sonno e l’altro agonizzante di stanchezza. Li scriviamo dopo un giorno passato a farci un mazzo così, credendo di dare a chi verrà dopo ancora un buon motivo per essere fiero dell’Italia.

Rispettiamo l’etichetta, però, e non veniamo meno al garbo. Diciamocelo con tenerezza: siamo nella cacca. Siamo in un mare di cacca. Siamo nella cacca da quel ’92, quando non riuscimmo a chiudere la partita per uno stato più decente. Siamo nella cacca, perché a sinistra hanno affittato appartamenti per due soldi, voluto comprare banche per tre, e avuto appalti e concessioni con le cooperative per molto più. Siamo nella cacca, perché non si sale allo scanno da deputato, se prima non si passa dal banco come imputato. Ci siamo fino al collo, e ancor più in alto, fino al governo, con i suoi ministri indagati e i suoi sottosegretari salvati. Ci siamo perfino al Nord, dove il sangue padano, man mano che lo si versa per la causa irredentista, finisce per addolcirsi mischiandosi con la nutella nazionale degli enti pubblici. Ci siamo perché perfino la destra postfascista, una volta tutta fedeltà e onore, è passata dalle camerate agli appartamenti. Di lusso.

Quel che è peggio – perché anche nel peggio noi italiani non vogliamo ci manchi il servizio completo – è che non facciamo più in tempo a spalarla. Abbiamo una maggioranza che non regge più. E dopo quello che si è sentito sui Tg e nelle trasmissioni di approfondimento, sarà interessante vedere fino a che punto può arrivare il contorsionismo morale della politica italiana per mantenerla in vita. Un’opposizione nella quale ci si scanna per un posto al sole di un’isola che non c’è. Come la mitica Atlantide: bella sì, ma non pervenuta. Le istituzioni che si danno battaglia fra di loro. E – tanto per precluderci ogni via d’uscita – non è neppure pensabile di smuovere le acque della latrina andando ad elezioni anticipate.

Perché? Perché entro dicembre dobbiamo collocare sul mercato almeno 160 miliardi di titoli di stato. Evitiamo di dire che accadrebbe, se l’asta non andasse bene. Inoltre, sta scadendo la cassa integrazione per migliaia di lavoratori, abbiamo un debito che galoppa, una produttività zoppa, una occupazione comatosa – duemilioni e mezzo di disoccupati; su tre giovani uno non ha lavoro – e non abbiamo soldi per far partire le commesse statali.

Lo si è capito, dunque, perché siamo nella cacca?



Pubblicato il 25 settembre 2010 su www.cataniapolitica.it

29 settembre 2010

ON AIR: IN VIDEO L'ENNESIMA BATTAGLIA FINI-BERLUSCONI


di Antonio G. Pesce- Per alcuni, la sera prima del discorso si sono viste scintille a casa Fini. Sarebbero stati presenti, oltre i due coniugi e il giovane Tulliani, anche gli avvocati di questi che più volte avrebbero intimato al presidente della Camera di non permettersi di attribuire al loro assistito la proprietà dell’appartamento a Montecarlo. A questo punto, e dopo ripetute smentite anche da parte dell’interessato, che si sarebbe detto però all’oscuro di chi sia il vero proprietario, Fini avrebbe deciso di esternare i propri dubbi, e di iniziare una lenta ma precisa distinzione dei due ruoli.

Incertezza, e anche un pizzico di smarrimento davanti alla dichiarazione dell’ avv. Renato Ellero, già senatore della Lega Nord, secondo il quale sarebbe un suo cliente il vero proprietario di tutto lo stabile coinvolto nell’ ‘affaire’, avrebbero ritardo la diffusione del videomessaggio, previsto inizialmente per metà mattinata di sabato, e slittato poi nel tardo pomeriggio.

Chi, però, si aspettava un Fini dimesso, ha dovuto ricredersi. Ad una attenta lettura, più che apologetiche le parole del presidente della Camera sono apocalittiche. E il Cavaliere, che stupido non è, le ha capite perfettamente. Tant’è che i ben informati lo dipingono ancora furente.

‹‹Chi è il vero proprietario della casa di Montecarlo? – si chiede in un passaggio del discorso la terza carica dello Stato – È Giancarlo Tulliani, come tanti pensano? Non lo so. Gliel’ho chiesto con insistenza: egli ha sempre negato con forza, pubblicamente e in privato. Restano i dubbi? Certamente, anche a me››.

È il discorso del contrattacco. Il discorso che dovrebbe mettere in risalto la profonda differenza tra lui e l’ormai acerrimo nemico che abita a Palazzo Chigi. Tante le armi che Fini sfodera. Intanto, l’arma della storia – della storia e della carriera personali: ‹‹In 27 anni di Parlamento e 20 alla guida del mio partito non sono mai stato sfiorato da sospetti di illeciti e non ho mai ricevuto nemmeno un semplice avviso di garanzia. Credo di essere tra i pochi, se non l’unico, visto le tante bufere giudiziarie che hanno investito la politica in questi anni››. E inoltre: ‹‹E sia ben chiaro, personalmente non ho né denaro, né barche né ville intestate a società off shore, a differenza di altri che hanno usato, e usano, queste società per meglio tutelare i loro patrimoni familiari o aziendali e per pagare meno tasse››. Sono riferimenti fin troppo espliciti, perché sia necessario anche solo commentarli.

Poi, quella del contegno istituzione. Innanzi tutto, Fini si dichiara pronto a dimettersi, qualora si scoprisse che il cognato è il proprietario dell’appartamento, ma non per responsabilità dirette, ma perché glielo imporrebbe la sua etica pubblica. Inoltre, fa salvi i servizi segreti : ‹‹Di certo, in questa brutta storia di pagine oscure ce ne sono tante, troppe. […] Non penso ai nostri servizi di intelligence, la cui lealtà istituzionale è fuori discussione, al pari della stima che nutro nei confronti del Sottosegretario Letta e del Prefetto De Gennaro››. Infine, tende la mano – quella sinistra, perché quella destra è già armata e pronta a dar fuoco alle polveri in caso di campagna elettorale: ‹‹Chi ha irresponsabilmente alimentato questo gioco al massacro si fermi, fermiamoci tutti prima che sia troppo tardi. Fermiamoci pensando al futuro del paese. Riprendiamo il confronto: duro, come è giusto che sia, ma civile e corretto. Gli italiani si attendono che la legislatura continui per affrontare i problemi e rendere migliore la loro vita. Mi auguro che tutti, a partire dal presidente del Consiglio, siano dello stesso avviso. Se così non sarà, gli italiani sapranno giudicare››.

LE REAZIONI

Dal sarcasmo all’invettiva vera e propria: questi i toni delle reazioni venute dal centrodestra. E la montagna che partorisce il topolino, secondo La Russa, mentre va giù duro Storace: ‹‹Abbiamo scoperto a tarda sera che alla Presidenza della Camera c’è un ingenuo, una specie di pollo soggiogato dal cognatino dritto››. Per Bossi, invece, il messaggio dovrebbe avere un’altra lettura: ‹‹Se Fini chiede che si smetta il gioco al massacro vuol dire che si dimette››. Gli unici pompieri nella maggioranza sono Gaetano Quagliarello e Carlo Giovanardi, che dichiara: ‹‹Mi è sembrato un discorso onesto, da stasera guardiamo tutti avanti››.

A credere alla sincerità di Fini anche Bersani, che però sottolinea come Berlusconi non abbia più una maggioranza: ‹‹La crisi – aggiunge il leader del Pd – e’ evidente. In queste condizioni la destra non garantisce un governo al Paese. E di fronte ai gravi problemi che bisogna affrontare, non si può più attendere che finisca il gioco del cerino. In ogni caso, va sottolineato che il presidente della Camera ha mostrato sincerità, annunciando le proprie dimissioni nel caso in cui fossero dimostrate le accuse relative alla casa di Montecarlo su cui c’e’ ancora molto da chiarire››.

Walter Veltroni, come Bersani, crede nella sincerità del presidente della Camera, e come Antonio Di Pietro chiede si aspetta una conclusione coerente alla situazione: ‹‹Il video – dice Veltroni ospite di Lucia Annunziata – ha rappresentato la fine di una storia politica, quella del centrodestra. Dopo questo non e’ immaginabile che persone talmente contrapposte e in conflitto su tutto, come Fini e Berlusconi, possano venire mercoledì in aula a dire ‘va tutto bene, andiamo avanti’››.


Pubblicato il 27 settembre 2010 su www.cataniapolitica.it

28 settembre 2010

LA GRANDE FAMIGLIA: DA COSENTINO AI TULLIANI


di Antonio G. Pesce- Poi ci dicono che la famiglia non è più un valore! Che l’amicizia e i forti vincoli che reggevano il mondo dei galantuomini che ci hanno preceduto non hanno resistito al dilagare del nichilismo. Preoccupazioni da preti, da filosofi e sociologi della domenica. La famiglia è salda in Italia, e vivi i vincoli più profondi dell’esistenza. Magari solo per convenienza. Magari non si crede più all’amore romantico. Ma la famiglia c’è, l’amicizia (quella tra pari, l’unica che possa esistere per Aristotele) pure.

Grandi esempi ieri dal nostro parlamento. Prendiamone atto: chi ci rappresenta e governa è migliore di noi. Di noi che non abbiamo amici quando c’è da avere una raccomandazione per il figlio. Di noi con questo pallino della giustizia, dell’onestà, della coerenza. Di noi, che litighiamo con i parenti più stretti per questioni di principio, per avere la collana senza valore della zia.

Guardiamo l’esempio. Ieri si votava per dare o negare il consenso all’utilizzo delle intercettazioni nel processo che vede coinvolto l’on. Cosentino, accusato mica di robetta: di essere colluso con i clan della camorra. Lo stesso interessato aveva sollevato i sodali dall’imbarazzato della scelta: votate come vi pare, secondo coscienza (cioè, insomma, come si dovrebbe fare ogni volta). Però, quando a larga maggioranza, la Camera ha respinto la richiesta dei magistrati, un sorriso gli si è stampigliato sul volto: è il sorriso di chi ha ormai la chiara consapevolezza di non essere solo a questo mondo. Nonostante i finiani gli abbiano votato contro (almeno nelle intenzioni, e certamente una gran parte di loro, ma è bene ricordare che la votazione è stata effettuata a scrutinio segreto), i fratelli del Pdl, della Lega e qualche altro buonuomo – ché di brava gente ormai se ne trova a iosa – lo hanno salvato da un pericolo che lui stesso non temeva. Quanto l’amore sa essere protettivo!

E che esempi di vincolo famigliare e coniugale! Ieri dall’isola di Santa Lucia, dove sono nate le due società offshore titolari della casa a Montecarlo dove vive Giancarlo Tulliani, cognato del presidente della Camera che aveva ai tempi di An il compito, insieme ad altri, di vendere quell’appartamento donato al partito da una ricca nobildonna, da Santa Lucia sono rimbalzate notizie e soprattutto documenti che comproverebbero la proprietà di Tulliani.

È bastato questo, perché da oggi le elezioni anticipate siano possibili ad ogni momento. I legalisti finiani, che firmano leggi sulla cui natura non ci dovrebbe essere dubbio alcuno, non appena si son letti certi titoli, hanno fatto tremare la politica italiana. Toccategli tutto ma non il loro Fini. E a Fini chiedetegli tutto, ma non qualche spiegazione in più: perché, ad esempio, in un appartamento da lui trattato, con miliardi di persone al mondo e con centinai di acquirenti d’immobili a Montecarlo, ci sia andato a finire proprio suo cognato, pagandolo tra l’altro quanto un garage. La destra europea di Fini e Granata è tanto laica da mettere in dubbio il valore pubblico della religione, la sacralità della vita, la natura sessuale del vincolo famigliare, però diventa arcigna quando c’è da dire, una volta per tutte, che non c’entra la parentela, ma il caso – un caso tanto cieco da essere sempre generoso con alcuni e meno con altri. E che mentre le porte del paradiso si sono aperte anche per la classe operaia, quelle di Montecarlo continuano ad essere off limits.

Non basterebbe che questo per dire che sì, la famiglia abbia la struttura che si vuole – aperta, chiusa, trasversale, fatta da soli maschi o sole femmine – ma la famiglia resta sempre la famiglia. E per la famiglia si mandano alla malora il bene comune e la coerenza personale.

Ma niente, nel declino italiano, deve mancare. E ad ogni cognato corrisponde un fratello. Più fratelli. Quelli di sangue, proprietari di uno dei giornali che ti attacca il nemico numero uno, e quelli di sodalizio, proprietari dell’altro che fa lo stesso gioco. Quando, anni addietro, i due fogli sapevano sproloquiare sulla strana sintonia di pezzi, di linea editoriale e di titoli tra il Corriere e Repubblica.

I Berlusconi e gli Angelucci, il Giornale e Libero, i Tulliani e i Fini, Roma e Montecarlo. Una volta era la pasta, la salsa e la pizza. Oggi è un vincolo ancor più forte a fare del mondo il salotto accogliente di casa nostra. E vedrete: rimpiangeremo la vecchia, semplice e casereccia Italia di una volta.


Pubblicato il 23 settembre 2010 su www.cataniapolitica.it

27 settembre 2010

MAMMA... LI PADANI!



di Antonio G. Pesce - Prima erano dei ladri. Ora dei porci. Sarà perché la Lega non fa mistero di volere le elezioni, alle quali spera di presentarsi con le fila serrate, ma a Lazzate, ieri sera, Bossi la sparata grossa. E non per problemi legati allo stato federale. Anzi, proprio il troppo federalismo gli ha dato sui nervi. Nonostante fosse sobrio (almeno apparentemente), il Senatur se l’è presa con i romani (che poi, quelli veramente interessati, sono suoi alleati – Alemanno e Polverini in testa) perché vorrebbero il gran premio di F1 nella città eterna. Federalismo fin che si vuole, ma con le cose serie non si scherza.

‹‹I romani se lo possono dimenticare – a tuonato Bossi, con al fianco il fido figliuolo Renzo - Monza non si tocca e a Roma possono correre con le bighe››. Che sarebbe comunque meno inquinante, più folcloristico e certamente più originale. Ma non si è fermato a questo: ‹‹Basta con Senatus Populusque Romanus, “il Senato e il popolo romano”, io dico ‘sono porci questi romani’››, ha aggiunto tra le risate generali.

Bossi non è nuovo a sparate di questo tipo, e da ministro ha invocato secessioni, rivolte, truppe padane, camice verdi, ecc. Ma si sa: possiamo scherzare (o meno) su tutto – Costituzione compresa – ma non sul campanile. Pardon: sul campetto o sull’autodromo.

Le polemiche dunque non si sono fatte attendere. ‹‹La Lega ha una storia, una dimensione e delle responsabilità di fronte alle quali continuare ad atteggiarsi ad Asterix mi sembra riduttivo›› ha affermato Gaetano Quagliarello, il vicepresidente vicario dei senatori Pdl, mentre il presidente della provincia di Roma, Nicola Zingaretti, ha invitato Bossi a fare il ministro non il comico, e ha chiesto polemicamente cosa ne pensino Alemanno e la Polverini. Della seconda non se ne sa ancora nulla, mentre il primo ha detto che scriverà a Berlusconi per protestare: ‹‹Questa volta Bossi ha superato il segno››. Solo questa volta?

REGIONE SICILIA: IL POKER DI LOMBARDO E' SERVITO


di Antonio G. Pesce-
Quando arriva in aula, Raffaele Lombardo ha il fiatone. Più volte durante l’intervento la voce cala, e arriva a perdere pure la calma. Cosa che non gli capita molto spesso. Ma è il suo quarto governo, glielo hanno fatto sudore, ed egli stesso è consapevole che, questa volta, è ancor più dura di quelle già trascorse.

E l’aula – l’ala destra soprattutto, l’ala del Pdl, l’ala degli ex alleati – non gli renderà per nulla facile l’intervento. Lombardo inizia volando alto: ricorda il governo Milazzo che, in quel 1958, appoggiato dall’Msi e dal Pci riuscì a scalzare la Dc dal governo della regione. Una Dc allora potente in Sicilia. Una Dc che fece – molto prima del centrodestra – il “cappotto” nelle urne sicule. Poi, arrivano i passaggi più duri. Lombardo ricorda la riforma della sanità del suo assessore Russo, cioè quel nodo del pettine che mandò in pezzi la coalizione che lo elesse presidente, e si difende in modo piccato dall’accusa di “ribaltonismo”.

A questo punto, dieci minuti di non proprio decorosa battaglia tra il leader autonomista e alcuni deputati del Pdl. Il presidente del parlamento, Francesco Cascio, chiede il silenzio in aula, redarguisce fra gli altri i deputati Leontini e Formica, invita lo stesso Lombardo a non rivolgersi solo a coloro che lo contestano ma a tutta l’aula. Infine, nonostante più volte l’abbia intimata, si vede costretto alla sospensione della seduta, convocando una riunione dei capigruppo.

Alla ripresa dei lavori c’è più calma. Lombardo va direttamente al nodo delle questioni. Innanzi tutto, quanto durerà il governo e che tipo di coalizione è quella che lo sostiene? ‹‹Il mio sarà un programma per la legislatura, ma anche per il tempo che servirà per realizzare le riforme. Le condizioni di salute sono buone. Il tempo è lungo, non ci sono dubbi, siamo pronti a correzioni, se serviranno, ma la stagione delle riforme va avanti. E stavolta si collabora a tutto campo senza timore e prudenza. Ci si imbarca se si vuole per un viaggio senza ritorno, oltre questa legislatura. Se saremo bocciati dai siciliani, va bene lo stesso, ma non li avremo traditi››.

Parla di riforme il presidente della regione. Ma quali? La prima è quella che riguarda la regione stessa, definita da Lombardo – senza mezzi termini – un “pachiderma”: ‹‹Piena zeppa di leggi e regolamenti, circolari e decreti. Dobbiamo dimagrire questa regione, dobbiamo decentrare sul serio. Un decentramento effettivo perché non si sostituisca a un centralismo statale un centralismo regionale. Si tratta quindi di esaltare le nuove responsabilità dei comuni››. Ci dovrà essere, poi, quella che riguarda una risorsa ‹‹preziosa, enorme e costosa››: quella cioè del personale. Inoltre, ‹‹la riforma delle tante aree industriali e degli innumerevoli enti, riducendo anche i componenti dei consigli di amministrazione. Basta enti in rosso con troppo personale››. E quella dell’agricoltura, delle energie alternativi, della scuola e del suo precariato (ovviamente nei campi di competenza regionale).

È un Lombardo che spara alto, ben sapendo che, presto, la realtà sarà più prosaica, legata ai numeri, alla solidità della nuova maggioranza che lo sostiene. E, alla fine, fa i nomi di coloro, che sua quarta avventura si sono imbarcati: Massimo Russo, Piercamelo Russo, Mario Centorrino, Marco Venturi, Caterina Chinnici, Gaetano Armao, Gianmaria Sparma, Andrea Piraino, Letizia Diliberti, Sebastiano Messineo, Elio D’Antrassi, Giosué Marino. Ovviamente, prima di mostrarsi fiero di chi c’è, si era mostrato grato verso chi non ci sarebbe stato, che ha tanto bene operato ‹‹con grande scrupolo e abnegazione››. Si pensi a Nino Strano, l’assessore del turismo “gaio”, a cui i nuovi alleati del Pd non hanno perdonato l’essersi ingozzato di mortadella tra gli scanni alla caduta del governo Prodi.

Nonostante le frenetiche trattative tra Roma e Palermo, Strano non ce l’ha fatta. Anche nella politica i cibi ricchi di grassi sono sconsigliati.


Pubblicato il 22 settembre su www.cataniapolitica.it

26 settembre 2010

SCUOLA, UNIVERSITA' E L'ITALIA CHE NON CAMBIA





Probabile che si chiuda battenti. E non certo per vacanze estive, ma per vacanza di idee e, soprattutto, di soldi. Alla scuola italiana sono stati tolti qualcosa come 8 miliardi di euro in tre anni. All’università addirittura il 20 % del bilancio. Prima di questa sfoltita, eravamo fanalino di coda nelle statistiche Ocse per la spesa nel campo dell’istruzione e della ricerca. Adesso, non resta che vederci esclusi da ogni graduatoria, come nelle tabelle meteo quando non giungono indicazioni sulle temperature. “Non pervenuto”.

Da Palermo a Milano si protesta. Ed è una protesta che rode il consenso di un governo, che in quella primavera del 2008 si diceva di “qualità”, più che le dispute tra i galletti del pollaio delle libertà. Non fosse per altro che perché da anni le mamme portano a scuola la carta igienica e i padri prestano la loro manodopera per imbiancare stalle fatiscenti. Quest’anno, poi, i genitori hanno potuto verificare che si diceva il vero, quando si temeva che, a forza di tagliare cattedre, le aule italiane sarebbe diventare carri da buoi nei quali stipare decine e decine di bambini. I propri bambini, mica quelli altrui.

La signora ministro ripete che, nonostante tutto, staremo nella media europea. Non è forse vero che il rapporto tra alunni e docenti in Italia è di uno a 12 mentre altrove è inferiore? La signora lo ripete continuamente, un paio di pennivendoli le fanno da cassa di risonanza. Ma è meglio non comprare una macchina usata dalla Gelmini, se è così facilona nello giurare e spergiurare sulla testa dei nostri ragazzi, senza prima aver considerato due cose: che altrove, nell’organico docenti, non vengono conteggiati quelli di sostegno, e che le ampie aule sono inseriti in complessi architettonici di nuova costruzione, e non in vecchi conventi dell’Ottocento.

La tiritera sull’università è diversa. In un paese corrotto come l’Italia, la salubrità della morale viene ricercata nelle aule dell’accademia, e ci si scandalizza se non la si trova. Va però ricordato che, a parità di antipatia e di boria, un politicante ci costa dieci volte un ordinario. E quando l’intellettuale al soldo dello Stato vuole fregare la comunità, si spartisce un bottino che non va oltre le tre, quattro mila euro. Il politicume fa la cresta a commesse statali di parecchi miliardi.

Per salvare l’Italia dalla sua università, il governo ha tagliato fondi come non mai nella storia di questo paese. Continuano ad avere prebende da nababbi, eppure i nostri uomini politici credono che chiudendo il rubinetto passi la sete. L’idiozia è non vedere che, così facendo, si restringe la base – e non il vertice – di coloro che si potranno dissetare. E che, solitamente, sono quelli che ne avrebbero più diritto.

Come uscirne? Ponendosi le giuste domande: qualcuno pensa che Gemma, la figlioletta appena nata della signora ministro dell’Istruzione, sarà compagnetta di banco del proprio figlio? O che Barbara Berlusconi, figlia del signor presidente del Consiglio, abbia frequentato l’università statale dove mancano ormai perfino i docenti?

Non si tratta di impedire a chi ha di continuare ad avere. Ma che questi tolga agli altri.


Pubblicato su L'Alba del settembre 2010.

24 settembre 2010

IL PESO DI UN MONDO NON NOSTRO


di Antonio G. Pesce - Norman Zarcone era un giovane dottorando in filosofia del linguaggio. Negli Sati Uniti avrebbe potuto essere assunto perfino dai laboratori di cibernetica, o lavorare spalla a spalla con i neuroscienziati. Ma in Italia ha trovato la morte: il futuro pesava troppo, e lo ha fatto precipitare dal settimo piano della facoltà, dopo aver fumato sul davanzale una sigaretta. Se uno non ce la fa, non è tutta colpa del società che gli vive accanto – si dice in questi casi.

A Capua, mentre bonificavano una cisterna, muoiono tre operai. Ovviamente lasciano mogli e figli alle lungaggini di un processo, alla fine del quale le famiglie dovrebbero avere il risarcimento. Frattanto dovranno arrangiarsi. Come si arrangiavano i loro congiunti – qualcuno dice che per lavorare, da quelle parti, si rischia ogni giorno. Ma peggio di perdere la vita c’è il pericolo di perdere la sfida per la sopravvivenza. E si sa che, se uno poi non ce la fa, non è mica colpa della società che gli sta accanto.

Nella fabbrica Fiat di Pomigliano d’Arco dirigenza e connivenze sindacali hanno imposto un nuovo contratto di lavoro. In Italia gli “altri” scioperano troppo, si assentano troppo, sono troppo poco flessibili. Perfino la sinistra ha nicchiato. Erano gli “altri” – quelli del passato – troppo massimalisti, e sono gli “altri” – quelli dell’altro lato – ad essere servi dei padroni. Se uno ad adeguarsi al nuovo andazzo non ce la fa, mica è colpa della società che gli sta accanto.

Pian piano, Marchionne ha imposto la sua filosofia industriale a tutta l’Italia. L’annuncio di Federmeccanica, che considera disdetto il contratto nazionale del lavoro, è di qualche settimana fa. Non è colpa loro: è il mondo che è cambiato. Bisogna accorgersene. L’estremo oriente galoppa col suo turbocapitalismo di marca comunista in cui trita la carne di miliardi di schiavi. Bisogna accettare le sfide, e se uno non ce la fa, la colpa non è della società che gli sta accanto.

Basterebbero questi pochi esempi a far venire il dubbio che questa società – la minestra che mangiamo per paura di dover scegliere il volo dalla finestra – non sia giusta. E che cambiarla in modo più equo non abbisogni di pretenziose strutture ideologiche. E che, ancora, dal momento che la forbice economica tra chi è triturato e chi tritura si fa sempre più ampia, non vi sia motivo perché la si tolleri un giorno di più.

Potremmo ricordarci una vecchia lezione, che voleva il mondo non già “dato” – come è dato dalle scienze naturali, sociali e psicologiche – ma costruito eticamente, cioè frutto dell’agire umano. Cioè, in poche parole, noi ce lo facciamo il mondo, e di quel che facciamo noi dovremmo assumerci responsabilità immediate e a lungo termine. Ma i più tacciano, mentre uno strano riformismo procede a forza di dogmi la sua creativa attività economica. È dagli anni Sessanta che la fantasia e il progresso sono al potere, ed hanno fatto più danni loro nel campo morale, pedagogico, politico e sociale, che millenni di arretrato bigottume.

La giustificazione della passività con qui assistiamo a questo stillicidio di dignità, di speranze, di vite non è che “altri” abbiano il coltello dalla parte del manico. È che “noi” ci siamo accontentati di aver un posto in fondo alla tavola, ed una forchetta con la quale pescare un po’ di quel che resta.



Pubblicato su L'Alba di settembre 2010

LA BELLA E GIOVANE ITALIA MUORE





di Antonio G. Pesce- Oggi la seppelliamo. Magari con un grado in più, un encomio che non può dire la virtù del bel gesto a servizio della Patria. Oggi la seppelliamo. Ci saranno i deretani di velluto a salutare un giovane di trentasei anni, che con una folgore nel petto, un baschetto d’amaranto e una sciabola d’ufficiale sarà l’ennesimo esempio di devozione alla nostra storia. La bella e giovane Italia muore.

Si chiama Alessandro Romani. Come tutti gli altri italiani morti dalla fine del secondo conflitto mondiale, anche questo figlio sarà pianto da genitori e parenti e amici ai quali viene raccontata la frottola della “missione di pace”. Che, davanti ad una giovane vita spesa con onore, diventa perfino una scusa beffarda.

Un puritanesimo pacifista ammorba la nostra politica estera, con le sue stupide acrobazie lessicali. Non si muore in tempo di pace dilaniati da una bomba o falciati da una scarica di mitra. Si muore di cancro, d’infarto, in strada o in una barella d’ospedale. Ma non si muore lontani cinquemila chilometri dalla propria famiglia, con un fucile in spalle e dei scarponi ai piedi. Chi muore col colpo in canna muore in guerra punto. E che vadano alla malora le idiozie dei gabinetti della politica, che prima scelgono quali affari farsi e quali no, e poi giocano con la dignità della carne umana!

Potevamo scegliere di non andare in Afghanistan, in Iraq, in Libano. Ci siamo. Bene? Male? Ognuno dica la sua: chi rimane a farsi scivolare il grasso del colesterolo fin sopra il bordo delle mutande ha tutto il tempo dell’intellettuale. Ma abbia il pudore di non comprare il silenzio di una madre, di un padre a prezzo di uno squillo di tromba e un ritaglio di latta. Non si può chiedere di versare il proprio sangue per un servizio da metronotte.

La guerra non è bella. Ma è naturale. In paradiso non c’è guerra, ce n’è troppa all’inferno. Qui, in questo purgatorio terrestre, non tutto si può ottenere scambiandosi la puttana di turno, magari acquistandone i servizi online o rintracciandola tra gli elenchi dei candidati a sindaco. Qui a volte c’è da combattere, e si combatte non solo per il mutuo dell’ultimo capriccio automobilistico, al quale sacrifichiamo interi anni pur di godercelo qualche ora la domenica – sempre che prima non si schiatti dalla stanchezza dello schiavismo efficientista; non solo per la conquista dell’ultimo esemplare di animale bipede a coscia lunga o dal pettorale rigonfio; si combatte e si muore anche per quella banalità che è la giustizia. Non tutte le guerre sono giuste, ma sempre onorate da chi le combatte con lealtà e per il dovere.

Alessandro Romani è fortunato. Sarà sepolto con tutta l’attenzione che merita. In questo momento, le acque della politica sono calme – è convenienza di tutti. Perché quelle correnti non si tirano dietro soltanto la nostra fortuna e il nostro futuro, ma pure ogni altro argomento di discussione pubblica che non porti al mulino della vanità del potere. Al tenente Romani poteva andare come ai due commilitoni del Genio – Mauro Gigli e Pierdavide De Cillis – sepolti nel disinteresse generale, perché in quei giorni – correva il 28 luglio – ci si azzuffava come galletti nel pollaio delle libertà.

Onore dunque alla bella gioventù. Non alla “meglio” – ché ad essere migliori di qualcuno, in questa Italia di magnaccia e mignotte, di ladri, di corrotti (e corruttori), di caste e di cricche, ci vuole davvero poco.

Pubblicato il 20 settembre 2010 su www.cataniapolitica.it

23 settembre 2010

FINI, LA LAICITA' DELLA DOPPIA MORALE


di Antonio G. Pesce- A D’Alema veniva chiesto di dire ‹‹qualcosa di sinistra››. Almeno una. Per far contenti tutti, ha smesso di parlare. Ora scrive. Mica sull’Unità: sul Corriere, imbucando lettere. Tanto per dire cose, a piacere collocabili sul grande scacchiere geopolitico, abbiamo ormai Fini. Al cui pensiero sono dedicati tanti libri. I ‹‹finiani›› di primo e secondo letto gongolano. Sarà che è troppo avanti perché lo si possa capire. Sarà che, dalla pedagogia, è passato allo studio della scienza politica, per non dire addirittura alla filosofia. Ma se questa è la destra ‹‹europea›› tanto amata a sinistra, ci si capisce davvero poco.

Garantisce Fabio Granata, il simpatico interprete del pensiero forte finiano: è una destra laica, europea, legalitaria, addirittura ‹‹repubblicana››. Tralascerei quest’ultimo aggettivo, che dopo sessanta e più anni di repubblica aggiungerlo è solo pleonastico. Parole, forse, che vanno più veloci delle idee. E anche sulla natura “europea”di questa destra ci sarebbe da ridire e non poco. La vocazione europeista della destra nasce negli anni ’70, quando si andava in piazza a gridare contro gli Usa e l’Urss. Quindi?

Quindi c’è che non lo sanno manco loro. E che il percorso che ha condotto a Mirabello è assai meno lineare di quanto si voglia far credere. Non solo ideologicamente – che è altro discorso, e meriterebbe ben altro approfondimento. Ma soprattutto politicamente. C’era da liberarsi dalla stretta di Berlusconi? Comprensibile. Perfino giusto. Ma la legalità è altra. È quella di un giovane segretario dell’Msi dei primi anni ’90, che per i mafiosi stragisti voleva l’applicazione della legge marziale. Allora i valori erano ‹‹Legge e ordine››, e per la legge e l’ordine si andava in piazza contro la corruttela democristiana, socialista, comunista. E si restava fuori dal palazzo, nelle ‹‹fogne›› in cui si veniva invitati a morire. Magari arsi vivi come a Prima Valle.

Non è questa la destra. La destra che tutto firma – noiosamente, sbadatamente, amichevolmente, per poi pronunciare un ‹‹non ci sto›› tanto deriso in altre bocche. Non è questa la destra, che laicamente smette d’adorare il dio di Arcore, e sbarca in Sicilia per innalzare nuovi vitelli d’oro.

Qui da noi, nel’Isola, i finiani hanno stretto accordi con chi si è sentito offeso per lo sdegno – illegittimo? – di chi a Mangano preferisce Borsellino. Qui, da noi, nascerà un governo con persone che hanno lasciato il segno nella storia di questa terra. Ed è un segno per nulla positivo. Qui, da noi, nell’Isola di Briguglio e Urso. E di Granata, assessore regionale ai beni culturali con Totò Cuffaro presidente.


Pubblicato il 17 settembre 2010 su www.cataniapolitica.it

22 settembre 2010

SCUOLA: TRA PROTESTE, RIFORME E TAGLI


di Antonio G. Pesce- Non avranno ottenuto molto, e sicuramente dovranno industriarsi per sbarcare il lunario. Alcuni, addirittura, cambiare lavoro dopo venti anni. Ma almeno i precari della scuola hanno portato alla ribalta della cronaca il loro caso. Dopo anni di quasi assoluto silenzio sulla questione, di dati falsi, di genuflessioni al potere che ora, piano, scricchiola. Anche sotto i loro colpi.

Dalla protesta di Messina dello scorso lunedì, quando migliaia di loro – e non solo precari, e non solo della scuola, ma di lavoratori e studenti che sentono il problema come problema nazionale – si sono dati appuntamento nel capoluogo per protestare contro la riforma Gelmini, anche l’agenda politica è stata ridisegnata ad hoc. Basta seguire i programmi di approfondimento appena iniziati, o leggere i quotidiani, per accorgersi che la parola “scuola” – seppur in fondo alle priorità – viene comunque menzionata.

Certo, le posizioni rimangono distanti, con la maggioranza che vorrebbe legare il nome della signora ministro ad un cambiamento epocale, di cui forse neppure la riforma Gentile sarebbe degna, e le opposizioni che parlano di un disastro senza precedenti. Però il responsabile del dicastero ha dovuto fare marcia indietro, non solo sui toni – ora un po’ più concilianti, mentre fino a qualche settimana fa si dimostrava disprezzo per le proteste – ma anche sui contenuti: il riassorbimento del precariato entro sette, otto anni. Che sarà più lento di quanto previsto. Non è dato sapere se ci sia un piano, ma se c’è comincia con i dati sbagliati: infatti, secondo il settimanale ItaliaOggi in edicola, saranno 205.900 i docenti che andranno in pensione tra il 2011 e il 2017, e di questi più di cinquemila di religione. A fronte di 240.000 docenti iscritti in graduatoria.

Senza considerare che, frattanto, se non si vogliono chiudere i corsi di laurea relativi, comunque verranno creati nuovi docenti. E, infatti, la signora ministro ha firmato il regolamento sulla formazione dei docenti, frutto del lavoro di una commissione di esperti presieduta da Giorgio Israel. Cosa prevede il testo? Innanzi tutto, un tirocinio di un anno a scuola, organizzato dalle università in collaborazione con gli istituti e vigilato dagli uffici scolastici regionali. Si accederà dopo una laurea magistrale a numero chiuso, i cui posti saranno limitati in relazione alle disponibilità lavorative. Questo dovrebbe in parte circoscrivere il precariato. Infine, i docenti dovranno conoscere bene l’inglese e le nuove tecnologie.

‹‹Oggi inseriamo un nuovo tassello nella riforma destinata a cambiare il nostro sistema scolastico – ha detto il ministro Gelmini – Un tassello fondamentale, perché riguarda la formazione iniziale dei futuri insegnanti. Prevediamo una selezione severa, doverosa per chi avrà in mano il futuro dell’Italia e sostituiamo alle vecchie SSIS un percorso di lauree magistrali specifiche e un anno di tirocinio coprogettato da scuole e università, concentrato nel passaggio dal sapere al saper insegnare››.

Tuttavia, proprio nella giornata di ieri, sono arrivate nuove polemiche. Innanzi tutto, un comunicato della Cgil in cui si fa notare come il corpo docente nostrano sia il meno pagato, e come sull’istruzione in Italia si investa meno di un punto percentuale rispetto alla media Ocse, nella quale sono considerate anche le spese dei paesi dell’est europeo e della Turchia. Inoltre, nel comunicato si smentiscono – dati alla mano – la scarsa “produttività” del professore italiano. In Germania, per esempio, un docente con 15 anni di carriera percepisce 57.978 euro l’anno, mentre il suo collega italiano appena 32.859. La scusa – dice il sindacato – è che in Germania un docente ha 780 ore, mentre solo 601 nel nostro paese. Ma le ore in Germania sono di 45 minuti, e se conteggiassimo le ore “geografiche reali”, ci accorgeremmo come da noi si lavori di più e per molto meno.

‹‹Ma i conti non tornano comunque – notano dalla Cgil – anche così gli insegnanti tedeschi in questione guadagnano 78 dollari per ora di lezione contro i 57 dollari degli italiani (il 36,6% in più!). Non a caso in Germania lo stipendio di un insegnante è pari al 97% di uno stipendio medio di un laureato, mentre in Italia è pari ad appena il 58%. Ed anche queste cose stanno ben scritte nella relazione dell’OCSE, ma i “cerchiobottisti” nostrani forse non le hanno neppure lette››.

Nel pomeriggio, poi, durissima requisitoria di Antonio Di Pietro, che in una interrogazione parlamentare ha chiesto al ministro ‹‹un’indicazione esatta su come reperire i fondi necessari per fare fronte alle emergenze scolastiche e su come garantire le immissioni in ruolo di questi precari››, e di rispettarne la protesta. La Gelmini, dal canto suo, ha contestato la veridicità dei dati sull’ammontare dei tagli dei posti di lavoro nella scuola: ‹‹I numeri della legge finanziaria, però, non portano ad un precariato di centomila persone: è vero, il taglio nel 2009-2010 è stato di 42 mila posti, ma ella dimentica nella sua interrogazione – ha replicato a Di Pietro – di fare riferimento ai 30 mila pensionamenti, così come ai 22 mila pensionamenti dell’anno scolastico in corso, 2010-2011. Allora i numeri non sono intorno ai 100 mila come è scritto in questa interrogazione, ma sono molto meno: circa 12 mila posti per il 2009-2010 e circa 3 mila posti per il 2010-2011››.

Tuttavia, le parole della signora ministro non fugano un dubbio: dato che più volte si fa riferimento all’ “impresa” come esempio di operosità ed efficienza, se un’azienda non pensasse a colmare i posti lasciti vacanti dai pensionamenti, sarebbe questa operazione una banale riduzione del personale o no?

A questo quesito la Gelmini pare non voler ancora rispondere.


Pubblicato il 16 settembre 2010 su www.cataniapolitica.it

21 settembre 2010

MICCICHE' LO ZOPPO



Antonio G. Pesce- Comprendere la politica siciliana è assai difficile, e ciò giustifica in parte la disaffezione che il cittadino le mostra non appena finita la competizione elettorale. Tuttavia, c’è un modo per darle un qualche significato: credere a metà delle cose che il politico siciliano dice e cercare di immaginare metà di quelle che pensa.

Vediamo che stanno pensando. Intanto, sappiamo che Lombardo vuole un governo tecnico. Nel suo blog, il governatore è chiaro: non gli piacciono i tecnici, perché ama i politici come lui, ‹‹eletti dalla gente e titolari di una rappresentanza chiara››. Non ha torto: l’uomo politico ci mette la faccia e, soprattutto, il partito. Il tecnico no. Ed è facile dimenticarlo al momento del voto. Però, il momento non è proprio quello giusto per fare gli schizzinosi, e c’è da incrementare i numeri della maggioranza. Inoltre, il presidente siciliano non vuole andare al voto.

Per questo, ha tessuto una trama tanto larga da aver fatto – bisogna dargliene atto – un mezzo capolavoro politico: il terzo polo potrebbe nascere in Sicilia. In un governo tecnico, entrerebbero i rutelliani, che il terzo polo lo cercano da quando hanno formato l’Alleanza per l’Italia, e l’Udc di Casini, che per il terzo polo hanno lavorato anche alle scorse regionali. Un governo del genere ovvio che non dispiace al Pd, in cui Lupo e Cracolici si sono spesi per un appoggio “tecnico” allo scorso governo Lombardo. E sarebbe anche un modo per scardinare le fila berlusconiane in Sicilia, e per non andare ad un voto per cui a sinistra non si è per nulla preparati (nemmeno a livello nazionale, figuriamoci in regione).

L’incontro tra Lombardo e Berlusconi può aver sancito questo: un divorzio (molto) all’italiana, dove si rimane per un po’ sotto lo stesso tetto, perché entrambi i coniugi non possono permettersi di pagarne le spese. E che ad entrambi convenga è presto detto: Lombardo da anni cerca di serrare le fila del suo partito che, proprio perché a dimensione locale, non può permettersi la “liquidità” di quelli nazionali, sempre trainati da un leader carismatico e da molta presenza televisiva. Non c’è ancora riuscito, e affrontare le urne alla regione senza aver neppure chiara la coalizione sarebbe un suicidio politico. Andare ancora col centrodestra? Lombardo è troppo attento per non aver sentito gli scricchiolii del sistema, e per non vedere come in due anni di governo nazionale la Lega ha fatto dimenticare del tutto i problemi della Sicilia. Addirittura, usando risorse destinate all’agricoltura meridionale per coprire gli sforamenti delle quote latte degli allevatori del nord. Tant’è che nel suo blog scrive a chiare lettere, dopo anni di sodalizio ideologico: ‹‹Sappiamo bene che le condizioni poste dalla Lega sono che si faccia esclusivamente l’interesse del nord con un disprezzo nei confronti del sud che è insopportabile e intollerabile. Andare alle elezioni domani mattina avrebbe significato che il sud e la Sicilia avrebbero perso››.

A Berlusconi conviene dal canto suo. Non solo per non rischiare l’effetto domino di un voto anticipato, ma pure per non risolvere, in questo momento di forti fibrillazioni, i problemi che attanagliano da un anno e più il suo partito nell’Isola: basti pensare che qui di Pdl ce ne sono due.

Ma allora tutti contenti? No, Micciché no, e a ragion veduta. Il suo non è stato un appoggio esterno a Lombardo, ed è ovvio che ora ha tutto da perderci. E poi basta leggere la dichiarazione di Fabio Mancuso, deputato regionale in forza alla squadra di Castiglione, che ha dichiarato la disponibilità dei “lealisti” a votare provvedimenti importanti di un governo Lombardo di natura tecnica, per capire che c’è chi si aspetta dai tecnici al potere la soluzione del dualismo siculo. Insomma, un accerchiamento di Micciché. Che resterebbe con i suoi tagliato fuori dalla regione e, conseguentemente, vedrebbe limitata la sua influenza anche all’interno del partito.

Difficile immaginare che accadrà martedì, quando Lombardo tornerà a incontrarlo. Sabato abbiamo assistito ad una fumata nera, un nulla di fatto. Ma se proprio non ci fosse più nulla da fare? Se alla fine – semplicemente – ad Arcore si siano stufati di giocare con due mazzi di carte, e a Grammichele non vogliano farsi trovare impreparati a possibili e future grandinate? L’ennesimo tentativo di Micciché di smarcarsi sarebbe andato in fumo. Anche perché ormai da un anno cammina con gli “zoppi” finiani.

E si sa che chi va col zoppo….


Pubblicato il 13 settembre 2010 su www.cataniapolitica.it

18 settembre 2010

LA LEGA E IL TOTALITARISMO DEI SIMBOLI



di Antonio G. Pesce- Non sapremo mai quanto cattivo fosse davvero Adolf Hitler. Di certo, non era così anormale come si lasci credere. Non era l’imbianchino di cui parla Brecht. Non sarebbe comunque rimasto nella storia dell’arte, anche quando avesse continuato la carriera di pittore. Ma i suoi acquerelli, al di là di un certo goticismo di maniera, non erano affatto male. E il suo stile di vita potrebbe essere consigliabile. Amava gli animali, per fare un esempio. Né più né meno dei tanti che, ai giardinetti, ti impongono la presenza del loro fido amico e del suo per niente affatto pigro intestino. Inoltre, mangiava bene. Era un salutista. Ipocondriaco, lo diremmo. Non fumava, beveva poco.

Se proprio di Hitler non ci si vuol fidare – anche se è tornato di moda nelle barzellette del grande cabaret italiano – con i tedeschi si può andare sicuri. Gente comune, gente perbene, gente laboriosa. Fece scandalo quando, nel 1963, una filosofa tedesca di origini ebraiche, Hannah Arendt, parlò della banalità del male, seguendo il processo che si stava celebrando in Israele contro Adolf Eichmann – un macellaio punto. Ma un padre affettuoso, un uomo senza troppi grilli per la testa, che in vita sua aveva letto sì o no un quattro libri, e che quasi sveniva quando doveva assistere alle esecuzioni.

Pochi erano i nazisti identici a come ce li racconta la filmografia posteriore. E la critica, e la letteratura, e il giornalismo. Tranne un paio, tutti i tedeschi dell’epoca, che adoravano il Fuhrer come un dio e veneravano gli apparati di partito come fossero una chiesa, erano persone con le quali avremmo preso un caffè al bar. Ma la visione ‘mondana’ con la quale guardiamo alla storia – ormai da qualche secolo a questa parte – ci ha impedito di aver chiari due pericoli: 1) che la natura umana non è così perfetta come crediamo, e dunque il male ha una parte nella nostra vita; e che 2) proprio per questo, non è facile distinguere il bene dal male, i fini dai mezzi, le intenzioni dalle conseguenze, e che è necessario, allora, esercitarsi nell’arte della prudenza e della temperanza.

I tedeschi volevano uno stato efficiente, che si risollevasse dalla sconfitta della grande guerra; volevano continuare ad avere ideali, sentirsi parte dello Stato, e trasformare questo in una comunità e, come ogni comunità che si rispetti, trovare la propria unità attorno ad un capro espiatorio. Hitler diede loro tutto questo.

Ad Adro, il sindaco leghista ha fatto stampigliare i simboli del suo partito perfino sui banchi dei bambini. Oltre che sull’androne della scuola, nei cartelli delle aiuole, nelle finestre delle scale, ecc. Si è giustificato in modo ‘banale’: il sole delle alpi sarebbe un simbolo storico, presente in altre costruzione del quieto paesino.

Qualche giorno dopo, Umberto Bossi ha ‹‹battezzato›› con l’acqua del Po i suoi più fidi adepti: oltre al figlio Renzo, anche il presidente della Regione Veneto Zaia e quello della regione Piemonte, il (sedicente) cattolico Cota. Commentando l’accaduto a “L’Infedele” di Lerner, un tranquillo Borghezio ha testualmente affermato:‹‹ Bossi ha riportato il sacro in politica››.

Faremmo un torto al nazionalsocialismo, se liquidassimo con i pur facili accostamenti i nostri leghisti. Anche perché le liturgie pagane di terra teutonica avevano ben altro spessore: lucide follie totalitarie accolte davvero come momento catartico di un popolo frustrato dalla guerra, e non già pagliacciate caserecce di chi poi non disdegna di farsi campagna elettorale in sacrestia. Però, il linguaggio mitologico della Lega, il suo simbolismo pagano, il tradizionalismo ricreato ad arte per un popolo – quello italiano, perché in questo anche gli evanescenti padani sono, in tutto e per tutto, italiani – per un popolo che misconosce la propria storia, sono facili detonatori di ben altre (e più concrete) questioni. Per quanto, ancora, i leghisti avranno sotto controllo la situazione? Per quanto potranno tirare la corda senza che questa si spezzi?

Là dove l’ideologia si è fatta fede e storia, i progetti contemplavano una ‹‹soluzione finale››. Niente che sia accaduto in Germania o in Russia potrebbe essere rubricato come ‹‹incidente›› di percorso. Semmai corollari possibili, magari non direttamente voluti ma accettati e strumentalizzati a proprio vantaggio. Il rischio era solo un movente in più per perseguire il fine.

Il progetto leghista di impadronirsi del nord d’Italia, identificando partito e territorio – che è poi, per puro caso, lo stesso della RSI – al di là delle intenzioni espresse dal corpo elettorale, che ancora si fa rappresentare anche da altro soggetti politici, ed esprime altri valori e altre simbologie; questo progetto contempla ancora quella ‹‹soluzione finale››, che in anni passati venne tante volte indicata? Se no, si augurino i leghisti di non perdere il controllo della situazione. Quando non si è pronti a portare la guerra fino alle sue estreme conseguenze, è stupido anche solo averla dichiarata.


Pubblicato il 15 settembre 2010 su www.cataniapolitica.it

15 settembre 2010

MARK LILLA, IL CROCIANO D'AMERICA


Religione e politica:
"Distinzione, non opposizione"



Di Antonio G. Pesce- Ogni anno commemorare la strage delle Torri Gemelle si fa più difficile. Non sempre si trovano le parole giuste, soprattutto quando di parole non ne vengono anche a distanza di quasi due lustri, o quando davvero se ne sono scritte troppe.

Eppure quell’America, che l’antioccidentalismo démodé dei nostri lidi fa apparire come la bigotta sorella di una più spregiudicata, non ha smesso di interrogarsi. Dato per scontato che il massacro epocale – per la sua portata simbolica a dire il vero, più che per il numero di persone coinvolte (su quest’ultimo aspetto, purtroppo l’uomo non si è fatto mancare nulla) – sia stato dettato dal fondamentalismo religioso, quando e perché l’Occidente avrebbe guadagnato l’approdo sereno della laicità? Soprattutto: è una conquista definitiva? E se, invece, la religione (almeno, come tradizionalmente viene intesa) ha ben poco da spartire con quell’evento, e si è trattato dell’avvento di una nuova ideologia – nuova nel contenuto e non già nella forma – davvero noi occidentali ne siamo stati sempre immuni?

Che tra il fondamentalismo religioso e l’ideologia non ci sia molta differenza, anzi che la seconda sia diretta filiazione di certo messianismo redentore è uno dei temi portanti di certi scritti di G.M Cottier. Ed è su questa linea che Mark Lilla, filosofo americano e docente di storia delle idee, fa muovere due suoi lavori, apparsi nell’arco dell’ultimo anno per i tipi della Baldini e Castoldi Dalai editore. Il primo libro è Il Dio nato morto (2009), che è anche il frutto di ricerche più recenti; l’altro è Il genio avventato (2010), una raccolta di saggi su filosofi molti influenti nel panorama culturale mondiale e per la formazione dello stesso autore.

L’idea portante degli studi di Lilla è che la teologia, cioè la nostra spiegazione ultima sul senso dell’esistenza personale e associata, abbia delle specifiche ed ineludibili ricadute sul nostro modo di vivere la politica. E se nel Dio nato morto sono ancora le religioni tradizionali ad essere oggetto di indagine – soprattutto il protestantesimo – nel Genio avventato il Dio redentore non è quello dei sacerdoti, ma del pastore laico delle coscienze, quell’intellettuale che, fin troppo imprudentemente, ha preso parte alla battaglia politica, finendo per osannare déi sanguinari e tirannici.

Perché questo? Perché non possiamo non darci una spiegazione della nostra esperienza di vita, e quella della laicità è una spiegazione dei rapporti fra religione e politica che la nostra civiltà si è data vivendo, e come il senso che ognuno di noi dà della propria esistenza non può essere esportabile (e, comunque, è sempre in continua costruzione), così non possiamo esportare un modello di soluzione di alcuni problemi che noi abbiamo visto come tali (e non è detto che altrettanto valga per altri), e i cui risultati possono essere provvisori.

Sotto, una concezione della politica fatta di distinzioni e di prudenze, assai vicina a quella della Arendt e di Croce. E di Vico, al quale Lilla ha dedico una bella monografia (mai tradotta in italiano e ormai scomparsa dal mercato), nella quale ha mostrato come una lettura ortodossa del Concilio di Trento abbia portato il filosofo napoletano ad una visione antropologica affatto diversa da quella dei contemporanei, e a risultati epistemologico e politici che si possono definire “antimoderni”.

Essere laici è qualcosa che, ad un certo punto della nostra storia, semplicemente ci è accaduto. Questo accadimento Lilla lo chiama ‹‹la Grande Separazione››, cioè il momento in cui la filosofia politica moderna ha ‹‹abbandonato tali pretese onnicomprensive, slegando la riflessione sul regno della politica umana dalle speculazioni teologiche riguardanti ciò che potrebbe stare al di là di esso›› (Lilla 2009, p. 15). Quello che potremmo definire il Caronte della modernità è Hobbes, e già nel suo esperimento c’è tutta la fragilità della soluzione: affermando che la religione è solo una superstizione, il filosofo inglese finisce per legare la fede alla mente umana. Era giocoforza – scrive Lilla – che prima o poi qualcuno ne avrebbe mostrato anche gli aspetti positivi, guardando al credo sì come ad una proiezione della mente, ma nella quale l’uomo esprime il meglio non il peggio di sé. Rousseau e Kant, col loro ‹‹Dio etico››¸ spianano la strada al ‹‹Dio borghese›› di Hegel.

Nei Lineamenti di filosofia del diritto Hegel afferma che ‹‹ciò che è razionale è reale, e ciò che è reale è razionale››. Quando la mente umana si fa spirito, realizzazione di un’idea, la fede si fa culto, entra nella storia, anzi è storia. L’idea che si possa essere atei, pur continuando ad ammettere la religione come collante civile nasce proprio così, dal fatto cioè che non è necessario credere ad alcuna trascendenza per essere questi credenti: siamo questi credenti, abbiamo questa fede civile, crediamo in questi valori per il semplice fatto di avere questa storia.

Ma quando la ‹‹casa ben organizzata›› – è il titolo del quinto capitolo, dedicato alla teologia liberale- crolla sotto i colpi della disillusione bellica (scoprire che la missione redentrice del mondo non spettava al Reich di Guglielmo II fu tremendo per un’intera generazione di intellettuali) che succede? Succede che la seconda tendenza classica del cristianesimo prende piede: è quella gnostica, che attende il momento decisivo, delle ‹‹grandi scelte››. E può succedere che il ‹‹fuoco redentore›› sia portato da un imbianchino austriaco o da uno studente russo.

Una pagina del Dio nato morto racconta la storia dell’Occidente negli ultimi dieci anni :‹‹Chi tra noi ha accettato l’eredità della Grande Separazione deve farlo sobriamente. Dobbiamo sempre ricordare a noi stessi che viviamo un esperimento, che noi siamo l’eccezione. […] Abbiamo fatto una scelta al tempo stesso più semplice e più difficile … abbiamo scelto di tenere la nostra politica al di fuori della luce della rivelazione. Se vogliamo che il nostro esperimento funzioni, dobbiamo fare affidamento sulla nostra lucidità›› (Lilla 2009, 349).

Che però la lezione di Lilla sia più indirizzata alla politica che alla religione, lo capiamo dalla lettura del suo secondo libro uscito in traduzione italiana, Il genio avventato. Qui non si tratta di teologi né di teologia, ma di filosofi, di pensatori che hanno fatto la storia della filosofia nel XX secolo: Martin Heidegger, Carl Schmitt, Walter Benjamin, Alexandre Kojève, Michel Foucault e Jacques Derrida. Da una parte all’altra del Reno – geograficamente come politicamente – condividevano la visione del mondo politico come culla del compimento di un destino. Per loro, la politica non è stata lo sforzo che gli uomini fanno per organizzare la loro convivenza sulla terra, ma la spoletta che avrebbe dovuto far detonare ciò che ha da essere, il luogo dove primariamente appare il compimento della storia. Nazionalsocialismo e comunismo, allora, diventano le religioni del nuovo mondo quale partorito dalla mente del filosofo. Meglio: logos di quell’essere che aveva dato origine al reale. Fenomenologia non del male ma della necessità.

Lilla non arriva ad una sistematizzazione di alcuni concetti espressi nei suoi testi, ma non è difficile scoprire il crociano che è in lui. Intanto, la religione. Lilla non crede se ne possa fare a meno, ma crede si possa fare a meno di mischiarla con la politica. E che si possa evitare anche di annientare le differenze tra teoria e pratica, tra la formulazione di principi metafisici e le modalità dell’agire politico. La politica ha una sua dignità, un suo stato specifico che deve essere riconosciuto come tale. È l’agire di una pluralità di agenti, e non si può ridurlo ad un qualche principio logicotafisico Ed è per questo che non si deve dare per scontata l’universalità della ‹‹Grande Separazione›› né per definitiva la sua acquisizione. Ammettere che non tutto sia da noi perfettamente conoscibile e in nostro potere è un atto di umiltà che può servirci a ‹‹padroneggiare il tiranno che è in noi›› (Lilla 2010, p.226).



Pubblicato l'11 settembre 2010 su www.cataniapolitica.it