"-E' come nelle grandi storie, padron Frodo, in quelle che contano davvero. Erano piene di oscurità e pericolo, e a volte non volevi nemmeno sapere come andavano a finire, perchè come poteva esserci un finale allegro? Come poteva il mondo tornare come prima dopo che erano successe tante cose brutte? Ma alla fine, era solo una cosa passeggera, quest'ombra. Anche l'oscurità deve finire. Arriverà un nuovo giorno, e quando il sole sorgerà, sarà ancora più luminoso. Quelle erano le storie che ti restavano dentro, che ti insegnavano qualcosa, anche se eri troppo piccolo per capire perchè. Ma credo, padron Frodo, di capire. Ora, so. I protagonisti di quelle storie avevano molte occasioni per tornare indietro, ma non l'hanno fatto. Sono andati avanti, perchè erano aggrappati a qualcosa. - Noi a cosa siamo aggrappati, Sam? - C'è ancora del buono a questo mondo, padron Frodo. Ed è giusto combattere per questo."
J.R.R. Tolkien, Il signore degli anelli.

25 febbraio 2011

ITALIA NOSTRA





di Antonio G. Pesce -
Dopo un’ampia discussione, che ha coinvolto l’intero Paese, il 17 marzo sarà tinto di rosso – come la passione, che non c’è – sul calendario. Che sia ormai un giorno di risposo è fuor di dubbio, quantunque perfino per una scelta come questa, che sarebbe stata scontata in altri tempi, non si sono lesinati improperi, divisioni, accuse. Quel che è ancora in dubbio è se sarà un giorno di festa. Perché una festa non è semplicemente un giorno di riposo. Men che meno potrebbe esserlo uno come questo.

Stando alle cronache, si è rischiato perfino che il genetliaco dell’unità cadesse di un giovedì qualunque. Cioè che la nascita di quello Stato che ‘sfama’ – è davvero il caso di dirlo – le famiglie di migliaia di cittadini, i quali dovrebbe ringrazialo di pagare così tanto le loro vane chiacchiere, passasse del tutto inosservata. Che la data che ha dato ad alcuni, anche un secolo e mezzo dopo, la possibilità di rendere fruttuosa la loro inutilità, fosse un giorno meno importante di quello in cui il politicante italico passa all’incasso (delle varie prebende). Tante sembrerebbero le ragioni di questo rinato interesse per la storia patria e della relativa avversione per la costituzione dello Stato unitario, ma ce n’è una che possa dirsi davvero tale, e non mera scusante di altre (per esempio, di derive ideologiche)?

La querelle è iniziata con la più retorica delle argomentazioni. C’era da vendere fumo, e in Italia abbiamo i maggiori esperti. E cosa strappa lacrime, qui da noi, oltre la mamma? Il lavoro. Così, si è tirata in ballo la faccenda della produttività. Che è – sia ben chiaro – una faccenda seria. Soprattutto per chi non sa come venirne a capo ogni fine mese. Ogni fine commessa. Ogni fine progetto, contratto, obiettivo, e via (precariato) dicendo. Ma nell’anno in cui qualche altra festività è stata assorbita dalla casualità, forse si poteva lavorare di più fantasia. E poi, retorica per retorica, perché non ricordare che il nostro Parlamento si è mostrato poco zelante ultimamente (ammesso che lo sia mai stato)? Perché non ricordarne le lunghe pause?

Le aziende, la Marcegaglia lo hanno preteso. C’è da lavorare? Siamo d’accordo. Ma se l’unica idea che viene in mente alla classe dirigente di uno dei paesi più industrializzati del mondo (e noi lo siamo ancora, facciamocene una ragione), per aumentarne la produttività, è limare fino all’osso le ore di riposo, allora siamo messi davvero male. In Oriente i grandi colcos possono contare su carne sempre fresca da immettere a ciclo continuo nel loro tritacarne. Non sono battibili. Almeno fino a quando l’esistenza umana non si ribellerà alle proprie catene – e già se ne vedono i risultati ad un tiro di schioppo dai nostri lidi. Per intanto, dobbiamo pensare a qualcosa di meno scontato come strategia.

Oltre questa, sono stati mossi rilievi di carattere più “istituzionale”. Mancherebbe la copertura finanziaria delle spese, e dunque il decreto legge sarebbe anticostituzionale. A dirlo Calderoli, ma è presumibile sia l’opinione anche di Umberto Bossi. Sulla questione economica è meglio non entrare. È bene sperare che non sia così; che almeno questi quattro spiccioli ci siano, e che qualcuno al governo sappia fare i conti. Per quanto riguarda la costituzionalità, diciamocelo francamente: il pulpito non è dei migliori. Invitare alla divisione del Paese, o parlare di cinquantamila uomini, armati di doppietta, non è proprio il modo più opportuno per approcciarsi al testo fondante della Repubblica.

Forse è possibile un’altra lettura. Dopo vent’anni di impegno politico sul panorama nazionale, la Lega si sta mostrando per quel che è stata sin dalla sua fondazione: un partito squisitamente italiano. (Avevamo sperato diversamente, ma tant’è). Con tutti i difetti, certo, ma anche i pregi degli italiani. Tra i pregi che noi abbiamo, c’è la bonarietà. Parliamo parliamo, ma alla fine siamo dolci come lo zucchero. Perché qui, in Italia, tutti teniamo famiglia. E nessuno ha mai pensato di mandare in trincea i propri figli, si trattasse pure di salvare la valli del Po dal terronico invasore.

Poi, ci sono i difetti. E qui entra in gioco la spocchia mista a noncuranza, il minimalismo che scivola verso il nichilismo, l’antiretorica che abbatte ogni bastione che non sia il proprio. La de-sacralizzazione di alcune parole del nostro vocabolario civile è iniziata prima dell’avvento della Lega, di Berlusconi, di Drive In, e di altre amenità citate da pubblicani e farisei per crearsi l’alibi. È presumibile che continuerà ancora per molto. Ci scandalizziamo del destino riservato alla parola “patria”, alla “nazione”, al “Risorgimento”? E della “cultura”? del “sacrificio”? della “legalità”? Da noi ci si fa vanto di non aver letto niente, negli ultimi decenni, che non sia la targa della propria auto, perché chi legge “poi diventa complicato”, e si confonde la superficialità e l’ignoranza con la semplicità. Diventa lo scemo del villaggio chi si laurea, “perché tanto laurearsi non serve a niente”, e per fesso chi paga tutte le tasse, perché “lo Stato non può chiedermi questo… e quest’altro… “, e così via.

Se il nostro è davvero declino, allora non è comparso dal nulla nel 1994, e non scomparirà nel nulla il 6 aprile o giù di lì. Questo è bene metterlo in conto. Tuttavia, l’Italia ha il suo posto dove ha sempre mostrato serietà: la storia. E questo è strano, a pensarci bene, perché la storia è la traccia indelebile dell’azione politica. Forse, però, non troppo, non appena facciamo la dovuta distinzione tra la politica vera, che è l’interagire di uomini (perfino nella lotta di classe, perfino nelle guerre di religione), e le comparsate mediatiche (le poetiche liturgie di un tempo come le prosaiche apparizioni catodiche di oggi). Nella vita (quella che conta) almeno fino a non molti anni addietro, gli italiani sapevamo farci valere. E non è difficile conoscere ancora uomini che hanno sgobbato per tutta la loro esistenza – sacrifici su sacrifici, sfruttamento su sfruttamento – pur di garantire ai propri figli la possibilità di studiare, e di affrancarsi dal sole della campagna o dalla fornace della fabbrica.

Nella storia ci si incontra in persone vere, ormai senza interessi da difendere, senza vergogne da celare. Ed ecco perché il dibattito storico sull’identità nazionale è assai più serio che le battute dei grandi pensatori assisi sui loro scanni parlamentari. Ed ecco perché, ancora, non è difficile trovare il tarlo della colpa. La storia è fatta da uomini: vogliamo davvero pensare che, perché qualcosa fatta da loro abbia un minino di dignità, debba essere esente da ogni errore? La lotta contro il nazismo non risparmiò vittime innocenti – ne vogliamo parlare di Dresda? Tuttavia, i vincitori possono scriversi le cronologie che vogliono, ed essere più meschini della meschinità che hanno combattuto (l’olocausto nucleare giapponese davvero è un semplice atto di guerra, per quanto grave?). La storia non sono i semplici fatti (che non esistono), ma la loro valutazione. In generale ed esclusa ogni altra considerazione strategica, meglio Dresda della vittoria sull’Imbianchino?

Le deficienze risorgimentali parlano della debolezza umana nel perseguire un obiettivo, non della qualità di ciò che si perseguiva. Lo spirito di Dante, di Petrarca, di Alfieri come di Foscolo, di Leopardi e di Manzoni non è da meno delle imprese di Cavour o di Garibaldi – anzi. E i mille che sbarcarono a Marsala o quelli che a Milano si sollevarono contro lo straniero, non meritano meno riconoscimenti di quelli che rimasero nelle valli del Nord o nelle campagne del Sud a pascolare le greggi. Perché in ogni evento umano troveremo chi non tace, e crede e spera, e chi non sa che partito prendere (o non vuol prenderne).

La storia non si fa a tavolino, pianificandola. La si fa vivendo. E chi più interagisce con l’altro, più diventa motore degli eventi. La vita – degli uomini nella loro persona come degli Stati nelle loro istituzioni – non è tutta quanta dev’essere sin dall’inizio. E chi nasce tondo può pur morire quadrato. La storia che stiamo vivendo – la storia che ci ha visto uniti sul Carso e sul Monte Grappa, contro la mafia e il terrorismo, nelle miniere di Marcinelle o nelle fabbriche e nelle campagne d’Italia; la storia che ci ha visti impegnati nei laboratori come negli studi, per costruire un’Italia civile – questa storia non è diversa, né merita meno rispetto, di quella di centocinquant’anni fa. Siamo noi, sempre noi che ci facciamo popolo, partecipando alla costruzione di una nazione sempre più grande e ricca. Ricca d’umanità, grande in cultura.

L’Italia è una costruzione poetica, prima che frutto di guerre, fucili e apparati. Perché la mancanza di un’unità politico-istituzionale dovrebbe inficiare la valenza della stessa contiguità territoriale? Perché essere espressione geografica è meno importante che essere espressione politica? Quanti amori finiscono per la lontananza! E quante volte nella nostra vita concreta abbiamo potuto fraternizzare con chi ci era vicino e con l’esperienza della vita, con l’intreccio di speranze e di passioni, lo abbiamo sentito indissolubilmente legato alla nostra esistenza che non certi vincoli di parentado? Perché i veneti non debbano sentirsi uniti ai siciliani, al di là di dialetti e di ‘razze’, solo perché hanno creduto – sì creduto – in una poesia e in un’idea?

Perché, insomma, ci pensiamo – nell’individualità come nella collettività – determinati da un natura che ha perso il suo incanto, e ci lega a vincoli che non siamo più noi stessi?

Noi non siamo quelli di ieri o quelli di domani; non siamo quelli del 17 marzo 1861 o quelli di centocinquant’anni dopo. Così come ciascuno di noi non è il bambino di trentacinque anni fa, né l’anziano che sarà fra altrettanti. Noi siamo la coscienza continua di noi stessi. Lo siamo come persone e, proprio perché lo siamo come persone, lo siamo anche come popolo. E il popolo è quel gruppo di persone – non per razza, non per istituzione, ma per esperienza – che il tempo ha fatto conoscere tra loro, che ha accomunato l’evento del pianto, della gioia, del lutto, le speranze e i propositi comuni. Questa è la Patria: ciò che è sempre madre, che educa e non si limita a partorire e, ben che meno, soltanto a riconoscere negli atti comunali. Ogni italiano vero è il vero italiano delle fabbriche, dei campi, delle aule. Nato qui o altrove, di questo o quest’altro colore di pelle. Ma italiano perché educato alla storia e al destino di questo popolo. Continua apertura all’altro, ma perché continua identità. E viceversa.

Perché allora tanto rumore sui festeggiamenti del 17 marzo, quando ogni giorno dovremmo festeggiare, e forse andare più lontani con la mente – alle idee di Dante, al formarsi del volgare, all’identificazione dell’Italia come identità geografica? Perché sottese a queste polemiche c’è una narrazione – l’ultima grande narrazione, rimasta dogma anche tra i più sedicenti laici: è la narrazione dello Stato. L’identità di un popolo sarebbe data dalla nascita dello Stato moderno. E Stato non come comunità, ma Stato come apparato burocratico, con i suoi uffici, le sue leggi, la sua identità legale.

Il paradosso, a questo punto, è proprio di chi non vede Stato prima del 1861, o chi pensa alla propria identità fissa in un’epoca fuori dal tempo, fuori dalla storia. Nel primo caso non è nient’altro che uno statalista privo della coscienza di esserlo: dategli in mano un ente locale, e lo trasformerà in un grande casermone, né più e né meno di ciò che rimprovera di essere (a parole) allo Stato unitario. Nel secondo caso non si tratterebbe di un intollerante, ma di una macchietta. Buona per farci una carnevalata, e dileggiare incoscientemente le stesse vicende eroiche di cui ci si traveste.


Pubblicato il 25 febbraio 2011 su www.thefrontpage.it

21 febbraio 2011

LA PERENNE ATTESA DI UN REDENTORE





di Antonio G. Pesce -
Forse per un pizzico di conformismo intellettuale, che crea tormentoni più delle marchette radiofoniche, nelle cose che contano noi italiani ci arriviamo tardi. Alla fine, qualcuno deve pur dir come stanno, e da qualche ventennio a questa parte tocca in sorte alla magistratura svelare il velo della pudicizia garantista, sotto il quale si nasconde la belva machiavellica del politico nostrano. Il gip Cristina Di Censo ha dato il via, suo malgrado, alla danza macabra dei commenti, tra i quali spiccano quelli leghisti. Questa volta fin troppo silenti e garbati perché non ci sia da temere. Un leghista, quando urla, fa politica. E non è pericolo. Se tace, pensa. E allora si fa astuto.

In un paio di giorni siamo passati dal commentare l’impudicizia delle lenzuola spiate, in un misto di femminismo d’epoca (più vecchio di tre quarti delle canzoni sanremesi messe assieme) e perbenismo pubblico-borghese, a prendere sul serio l’unico atto serio di tutta la faccenda: un atto giuridico.

La fiera si è svegliata? Sì. Sente l’odore del sangue elettorale, va a caccia del consenso, lo bracca, lo brama. E ha buttato via la maschera dell’etica pubblica e della decenza internazionale, per mostrarsi nelle sue fameliche sembianze. L’accoppiamento è il momento in cui i leoni rampanti tributano meno rispetto per il vecchio del branco. E qui c’è una povera donna in tricolore – l’unica rimasta vestita in più di quarant’anni di marcette per la dignità femminile fatte in minigonna, tacchi a spillo e perizoma – che continua ad avere il fascino della ricca ereditiera (quantunque di casato ormai decaduto). Non ci sarebbe da stupire, se pure il più mansueto dei felini berlusconiani, decidesse – per “il bene del Paese” ovviamente – di segnare il proprio territorio. Magari dopo aver calcolato bene costi e benefici della manovra di potere aggiuntivo.

Intanto, andremo avanti mangiando pane (finché ne avremo) e politologia. E soprattutto storia. La miopia di una nazione che arranca, è misurata dall’orizzonte storico lambito nella discussione pubblica: non si va oltre Tangentopoli. Da quando, cioè, sarebbe iniziato il conflitto tra poteri. Una narrazione, questa, che si inserisce nel filone della perennità: dalla rivoluzione al conflitto. E il conflitto è tipicamente italiano: Cesare e Pompeo, Augusto e Marcantonio, e via via fino a Coppi e Bartali, Del Piero e Totti, Berlusconi e la Boccassini. E che giustifica il malo uso che gli uomini fanno delle istituzioni che creano. I poteri – come li chiamano – non hanno braccia per agire, e le idee non camminano perché non hanno gambe. Tutto in prestito, tutto spudoratamente umano, con le sue altezze e le sue bieche meschinità. Orgoglio e pregiudizio portati alla ribalta dalla piccola rappresentazione teatrale di un’Italia piena di comparse, tra le quali spiccano quelle che già ci stanno e non vogliono scendere dal palco, e quelle che vogliono salirci. Ci si aspettava davvero un’interpretazione migliore, quando l’arte si è fatta mestiere?

Il conflitto tra politica e magistratura non è impossibile. È semplicemente anomalo. Può generarsi, perché entrambi condividono lo spazio pubblico, seppur in due momenti diversi: la libertà e la legge, l’entusiasmo e la prudenza. Ma il suo generarsi è lo svilimento (reciproco) dei ruoli. Ed è innegabile la volontà salvifica di stampo messianico che serpeggia da ambo le parti. Entrambe alla ricerca del proprio martirio per la conquista della palma di gloria.

In questi anni abbiamo assistito a magistrati che hanno esternato più di quanto avrebbero potuto esternare, e politici che sono scappati più volte di quanto fosse lecito aspettarsi. Qui nasce il conflitto di poteri: nelle braccia che si incrociano armate, nelle gambe che sgambettano le altre. Tutti membri – gambe e braccia – di uomini. Ai quali manca prudenza, perché mancano limiti. E da che il mondo si è messo a discutere del fatto della civile convivenza, l’unico limite del potere è stato sempre considerato la fonte.

Lo scontro tra politica e magistratura è il segno del livello di schizofrenia incipiente. Siamo un popolo malato che odia intestinamente la democrazia, perché non ha alcuna voglia di costruirsi la salvezza. Aspetta mondani redentori. E frattanto, si contorce ed urla contro se medesimo. I conflitti non sono scritti nella realtà, che semmai ha la sua armonia stampigliata perfino nel microcosmo. I conflitti sono generati dalle azioni degli uomini. E in Italia la gente troppo facilmente si appende al telefono, e con altrettanta facilità origlia.

Poi arriva la fantasia, e con un pizzico di rimpianto si vuol tornare bambini. E si gioca al telefono senza fili. A scapito di una nazione, la cui vita civile si basa ormai sull’interpretazione.


Pubblicato il 19 febbraio 2011 su www.thefrontpage.it

17 febbraio 2011

LA DIGNITA' DEL GIORNALISTA E' LA SUA IDEA DI SOCIETA'


di Antonio G. Pesce-
Mi è andata male. Ho un senso innato per il martirio, che da cattolico so di non dover coltivare, perché gli onori si ricevono, non si cercano. Eppure, forse troppo intento a tuffarmi a capofitto nella difesa dello sporcaccione nazionale, mi sono perso quest’ultima battaglia.

Antonio Condorelli, il giovane direttore di Sud, è stato fatto fuori (editorialmente parlando, sia chiaro). Io pensavo che, prima o poi, lo avrebbero fatto fuori (fisicamente) per quel che pubblicava in una Sicilia che dorme e in una Catania in letargo. E invece no. Condorelli è reo, in una società che ormai teme di dare qualsiasi giudizio, di essere fascista (o qualcosa del genere). Domani, forse, lo si potrebbe accusare di essere gay, e che esserlo sia una malattia contagiosa. Magari poi ti trovi un Vendola in redazione. O – che ne sappiamo noi? ormai tutto può accadere – che da bambino il piccolo Antonio non ebbe il morbillo. Metti che ci scappa un’epidemia….

Fascista dunque. E quindi allontanato, nonostante ‘l’amico degli amici’ lo avesse presentato come brillante. A leggere il comunicato degli editori di Sud c’è da impallidire: mai vista una sequela interminabile di strafalcioni comunicativi, giuridici e, soprattutto, morali. Il giornalismo, con buona pace di chi si è dato alla comunicazione dopo essersi dato alla musica – e farebbe meglio a darsi all’ippica – nasce con idee ben precise. Nasce “ideologizzato”- direbbero gli editori di Sud: è l’uomo che racconta, giudicandola, la realtà che vive. Nasce e si diffonde in circoli culturali, che nel ‘700 avevano le loro “ideologie”, e si sviluppa nel ‘900 grazie a penne tra le più qualificate. Ma penne strette da mani, al capo delle quali c’erano teste pensanti.

Fava e Impastato, Alfano e Montanelli: qualcuno si sentirebbe di dire, in tutta coscienza, che questi uomini non avessero passione politica? E non fu forse la loro passione che li mosse, tanto da infastidire chi poi ne attentò la vita e li uccise?

Nessuno nega più che Mussolini fu un grande giornalista: il tipico giornalista, che non fotografa fatti – i fatti del giornalismo sono vita, e una vita fotografata è una vita morta. I fatti li interrogava, li inquisiva, li metteva sotto torchio. Da giornalista capì che c’era un’Italia, uscita fuori dalle trincee, che non era quella raccontata dal parlamentarismo liberale dei notabili.

E poi, davvero crediamo che nell’anno di grazia 2011 – anno di bunga bunga, di IPhone, IPad e di ragazzotte in vena di liberalità genitale – in una città come Catania, per un giornale come Sud, sia così indecoroso un direttore con idee non proprio da salotto? Se Condorelli avesse avute idee più urbane, sarebbe stato risucchiato dalla melassa che qui – qui lettore, nella Catania del 2011, mica chissà dove! – che qui tiene avvinghiati politica, affari e informazione. Se Condorelli fosse stato il classico fighetto da scrivania, sarebbe stato il portavoce, il portaborse e il lecchino del potente di turno. Sarebbe stato sovrintendente del Bellini, per esempio. Tutto, fuorché direttore di un giornale che voleva sbugiardare un’intera classe dirigente, il cui fallimento civile non si può più negare.

Avere idee non è pericoloso. È pericoloso non averne. Si scrive e si rischia la carriera, e a volte anche la sopravvivenza lavorativa (perché le porte te le chiudono, e hai finito di presentarti perfino al concorso di assistente precario del segretario dell’usciere), perché c’è un amore più grande, una passione più forte. Che questa passione e questo amore abbiano un colore diverso del mio non importa. Non sarà mai prostituzione. E tanto mi basta per dar credito a due righe.

Si scrive perché si pensa. E si pensa perché non si è idioti – perché, nonostante tutto, in Italia non siamo tutti cretini. Ed è con i non-cretini che chi detiene il potere, o spera di detenerlo prima o poi, deve continuare a fare i conti. Possibilmente, con argomenti un po’ più forti di quelli mostrati ultimamente.


Pubblicato il 16 febbraio 2011 su www.cataniapolitica.it

PARTITI NOVECENTESCHI E DI GOMMA A CATANIA





di Antonio G. Pesce- Nelle scorse settimane abbiamo tentato di capirci qualcosa sul nostro Sondaggione. Che non avessimo torto nell’averlo lanciato, è ormai chiaro per chiunque voglia leggere i dati senza alcuna faziosità intellettuale né – il che è peggio – politica: quasi settemila votanti, letto più di centottantamila volte, condiviso in più di mille bacheche del maggior social network.

Ora, davanti a questi dati, rilevanti anche per chi, ad ogni commento, non si è mai allargato sulla portata e il significato della cosa, non si può non far notare come la disfida avesse il suo perché. Se qualcuno ha tentato di infiltrare i suoi “amici” – del resto, sempre prontamente scremati dalla solerzia della redazione – ci aveva visto meglio di noi che lo abbiamo proposto. Il mondo dell’informazione è così: è meglio esserci che non esserci (e, forse, ciò vale su ogni altro aspetto del vivere, vita inclusa). E chi voleva esserci è perché aveva capito bene, che la cosa avrebbe preso una piega per nulla amatoriale. Come, difatti, è accaduto.

Rimane, adesso, una classifica, dove a farla da leone, secondo le proporzioni, sono due formazioni su cui pochi avrebbero scommesso. Innanzi tutto, La Destra di Musumeci e Zammataro. D’accordo: il nocchiero è navigato, di grande esperienza. Pure Zammataro? Non sarà che dalle parti di Storace, nonostante qualche opportunista, prontamente rientrata (la desinenza femminile dice tutto) nei ranghi della professione governativa, si aggirino ancora politici, gente per cui la militanza ha ancora il suo senso (garantisco gli editori di Sud: non sono mai stato iscritto a La Destra)? E come ce lo spieghiamo il botto dell’Mpa? Per carità: Lombardo non è per nulla simpatico. E ha commesso gravissimi errori. E quando ha fatto bene, il suo pragmatismo spiccio non sempre è stato da lodare – pragmatico non lo fu neppure Mussolini, nonostante quel che si dice, e comunque di Mussolini pur si parla (garantisco gli editori di Sud: non sono fascista e, dato quel che è accaduto, mi spiace assai essermi perso l’ultima carovana eroica). Tuttavia, la sua gente macina voti, macina consensi perfino telematici, e prende sul serio ogni piccola cosa, dall’intervista al giornalino di classe a quello di quartiere. In poche parole? Non giocano all’allegro generale di turno. Ognuno di loro mette da parte, come piccola formichina: una stretta di mano, un caffè, una chiacchiera – a volte basta non farsi illusioni, ed evitare la boria, per dire quel che c’è da dire. Non ne conosco neppure uno di quelli presenti nel Sondaggione, ma molti tra quelli che, silenziosamente, lavorano per il partito. Un partito che, se non esiste – e non esiste – è perché manca di strutture, non di gente. La gente c’è, e si vede che lavora, e lavora più alacremente dei testimoni di geova.

La debacle, invece, è per i due partiti di gomma: Pdl e Pd (con l‘esclusione degli eroici Messina M. e Zappalà). La maggioranza e l’opposizione, in uno di quei “paesi civili” tanto citati nei discorsi dell’intellighenzia sfilante in cilicio di cachemire, non possono essere evanescenti in una delle più importanti città della nazione. Perché, altrimenti, ciò può significare due cose: o non esistono i partiti, o non considerano importante la città. Non so quale delle due sia la più grave. Facciamo salva la faccia, e formuliamo una terza ipotesi. Un’ipotesi che non è tanto peregrina: pare sia quella (anch’essa vincente) con la quale Nicki Vendola sta spopolando a sinistra. Che fa, infatti, il governatore della Puglia? Né più e né meno quello che ha fatto Silvio Berlusconi: raccontare storie. Non favole – attenzione! Questa del berlusconismo che racconta favole è un’idiozia tipica del fallimento di sinistra, la quale non sa far altro che occuparsi della coscienza altrui. Ai tempi del Pci e di Togliatti i conti si facevano con molto acume. Il Migliore fu il primo, in piena Russia stalinista, ad ammettere che il fascismo era qualcosa di più profondo di un banale rigurgito irrazionale della borghesia. Un partito che sfonda è un partito che sa interpretare la storia del suo popolo: sa cosa sia veramente il suo popolo (perché con la propaganda non si muta il popolo, con buona pace di chi, a destra e a sinistra, crede in contrario, ma l’immagine che il popolo ha del potere che lo comanda – che è cosa assai diversa!) e, conseguentemente, sa dove doverlo condurre. Nella storia c’è già una buona parte del nostro destino.

Per questo Vendola fallirà – perché sa bene (cosa che ormai a Berlusconi sfugge) cosa sia oggi il nostro popolo, ma gli manca, per formazione culturale e ideologica, la possibilità di condurlo lì dove è giusto condurlo. Vendola lo vuole condurre lì dove la ‘sua’ personale formazione lo fa propendere. A differenza di Vendola, però, sia Musumeci che Lombardo – a nessuno dei due manca la caratura nazionale – entrambi provenienti dalle ottime scuole dell’Msi e della Dc, sanno raccontare qualcosa. Hanno creato, nel popolo italiano e, in modo più particolare, in quello siciliano, una narrazione diversa. Lombardo richiamandosi all’autonomismo, e Musumeci alla vecchia (e mai quanto oggi rimpianta) ‘destra nazionale’.

Se vi sembra sprecata la retorica (nel senso di bel dire, non di propaganda) di Musumeci, o i richiami del capogruppo Mpa Salvo Di Salvo all’autonomia siciliana, quando si trattò di discutere del riordino delle circoscrizioni, allora cari lettori siete davvero inguaiati. Perché se siete politici, avete già perso la prossima tornata elettorale. Se siete militanti, vi stanno fregando all’interno del partito, spacciando per fatti storici la mancanza contingente di idee. Se siete studiosi, avete studiato male. Questa signori è la politica: racconto etico.

Sperare nella mera propaganda e nel bieco utilitarismo è come dormire su una polveriera.


Pubblicato il 15 febbraio 2011 su www.cataniapolitica.it

14 febbraio 2011

PENSIERO LXVII


Il biglietto è importante, non il regalo. Perchè a chi ci accusasse di essere tirchi, potremmo ancora replicare dall'alto della nostra anima. Ma a chi ci rimproverasse di non saper più amare, che potremmo rispondere?

12 febbraio 2011

PENSIERO LXVI

Si comincia ad invecchiare, quando la morte non viene più percepita come una possibilità di conclusione eroica della propria esistenza, bensì come una necessità naturale della vita umana.

Tremonti ha fatto la battuta (e non fa ridere)



di Antonio G. Pesce- “I treni che vengono dal Nord hanno i moscerini spiaccicati sui finestrini. Quelli che vengono dal sud no. Al sud sono più veloci i moscerini dei treni”. In trasferta al Sud, sotto quella Roma ladrona oltre la quale la raffinata classe dirigente leghista si vanta di non essere mai stata, il ministro dell’economia Tremonti, il più ottimista tra gli ottimisti ministri del gaudente governo del fare (quadrato), ha fatto la battuta. Che ci sarà poi da essere così spiritosi non è dato sapere, quando si ha il presidente inguaiato in una storia di prostituzione e minorenni, e un tessuto sociale che, dal lento sud al velocissimo nord, soffre disoccupazione e mancanza di produttività.

La prendiamo per buona, tuttavia. Se c’è qualcosa, di cui il terrone italico può farsi vanto, è l’onesta e l’umiltà con cui, a parità di capacità intellettive e morali, ammette deficienze e riconosce colpe. E lasciamo che certa spocchia marcisca nelle stesse valli in cui prospera elettoralmente, andando al nocciolo della questione.

Chi è abituato ad avere autisti e piloti a propria disposizione, di tanto in tanto si diletta a prendere i mezzi di trasporto più comuni. Già una volta, ‹‹per il bene della Sicilia››, un gruppetto di molto zelanti politici siciliani prese il treno che dovrebbe collegare Catania a Palermo. Si meravigliarono delle sei ore di viaggio. Molto più prosaicamente, la gente non si meravigliò davanti a tanto stupore, e non solo perché conosceva il problema, ma perché nel percorrere l’autostrada che collega i due capoluoghi, può vedere con i proprio occhi con quale mezzo, rigorosamente blu e a volte lampeggiante, la classe poetico-politica della Sicilia si sposti per ottemperare agli impegni derivanti dal ‘volere dei cittadini’.

Noi siciliani, noi meridionali però abbiamo una classe politica scadente. Ce lo ricordano spesso in molti – gli stessi che ce la propongono. Ma così è. Il sud non può contare sul garbo di Borghezio, sull’acume di Calderoli, sulla cultura di Nicole Minetti. Ma se Castiglione, Lombardo, Stancanelli e il mai dimenticato (impossibile a farsi) Scapagnini non sono un gran che, Tremonti avrebbe potuto dare loro un buon esempio. Cominciando a dirci non solo quel che c’è da fare – ché tanto lo sappiamo bene – ma anche quello che egli e i suoi sodali hanno fatto in questi nove anni di governo per colmare il divario esistente – ecco, su questo non si hanno le idee chiare. Avrebbe potuto toccare con mano molto prima i vecchi binari, mai ampliati perché non ritenuti produttivi, mentre se ne costruiscono di nuovi per abbattere di appena un’ora il già veloce tragitto tra Milano e Roma (sempre la stessa ladrona che tutti, non si sa perché, vogliono raggiungere velocemente, senza mai volersene staccare!). Avrebbe, infine, ripensato alla sua odissea, quando ci sarebbe stato da utilizzare i fondi Fas destinati al sud perfino per i traghetti del lago di Como.

Non è più tempo di viaggi etnografici. Non se ne sente la necessità, da quando il razzismo è stato bandito, prima ancora che dalla storia, dalla comunità scientifica. È il tempo, invece, di impegnative scelte politiche, cominciando dall’evitare di legare il consiglio dei ministri, una volta a trimestre (ormai questa è la cadenza), alla discussione di evanescenti piani dedicati alle tribù ‘transafricane’ del Mezzogiorno. Ma la politica inizia, quando la lettura del reale non è ridotta all’ideologia. E fino a quando si continuerà a raccontare la balla del denaro pubblico sprecato dal sud, e non già – come è stato– dalla diffusa corruzione degli apparti politici nazionali, dalle lobby feudo-mafiose del sud e da quelle imprenditoriali del nord, non ci sarà spazio che per una telenovela, più che per la storia.

La quale – Tremonti dovrebbe saperlo – racconta ben altri eventi. Uno, tra i tanti, di un capitalismo nazionale a trazione settentrionale, non molto riducibile alla virtuosa operosità della piccola azienda agricola della Valtellina.


Pubblicato il 12 febbraio 2011 su www.cataniapolitica.it

11 febbraio 2011

PENSIERO LXV

Un amore che vive di dubbi è un amore che vive di rantoli.

10 febbraio 2011

Ars: il Pdl affila le armi



di Antonio G. Pesce- Qualcuno disse che si era, ormai, alle comiche finali. In realtà, siamo allo scontro frontale. Il Pdl, con i suoi alleati del Pid e del Fds, passa all’attacco di Lombardo. La roccaforte di Grammichele, in trasferta da un paio di anni a Palermo, non sappiamo come incasserà il colpo. Ma la giornata di ieri sembrerebbe – e il condizionale è d’obbligo – aver sancito un cambiamento di rotta da parte dello schieramento di centrodestra.

Forse colpa del fatto che la casa del governo regionale è stata costruita su un terreno non poco friabile, e che presto si attende la pioggia che produrrà la slavina. Sta di fatto che ieri, in presenza dei capigruppo e del coordinatore pdellino Giuseppe Castiglione, le forze berluscon-lealiste all’Ars si sono date appuntamento. E i toni sembrano proprio quelli di chi si prepara alla battaglia.

In sostanza, saremmo senza soldi – anzi con una pezza nel deretano di circa 2 miliardi di euro; una sanità fatiscente, e senza un progetto valido di come spendere i fondi europei. Dovendoli dunque restituire.

Entrano meno soldi. C’era da aspettarselo. Non nascono aziende, non c’è lavoro, non si pagano tasse. Più semplice di così? ‹‹Riteniamo – scrivono Pdl, Pid e Fds – che il bilancio della Sicilia debba essere approvato immediatamente, evitando il ricorso ad ulteriori finestre o comunque altri espedienti. Ciò ridarebbe certezza finanziaria alle numerose categorie produttive che oggi sono in grande difficoltà per la mancata approvazione dello strumento finanziario. Questo, unitamente alla utilizzazione delle risorse comunitarie, che invece vanta un record negativo, rilancerebbe l’economia siciliana››. Dunque, ‹‹ben venga la regia nazionale per utilizzare finalmente, per le infrastrutture, le risorse già destinate alla Sicilia››.

Inoltre, il documento non manca di evidenziare quelle che sarebbero le mancanze della sanità siciliana imputabili all’assessore Massimo Russo: l’emergenza nei pronto soccorso, la riduzione dei posti letto, la mancata attivazione della rete territoriale. E si promette che, la prossima settimana, sarà presentata una mozione di censura all’Ars proprio contro Russo. ‹‹Le sue decisioni arbitrarie – hanno detto i rappresentanti dei gruppi parlamentari – stanno creando disfunzioni e innumerevoli casi di mala sanità che sono sotto gli occhi di tutti››.

Toni forti, proprio mentre partiva l’altra bordata contro Lombardo. Innocenzo Leontini e Rudi Maira, rispettivamente capigruppo all’assemblea regionale per Pdl e Pid, non hanno usato mezzi termini per bollare come “nepotistiche” le nomine al consiglio di amministrazione della Serit e di Riscossioni Sicilia, ribattezzando il presidente della regione come Raffaele ‘Ceausescu’ Lombardo ‹‹Continua l’occupazione selvaggia della macchina regionale da parte di Lombardo – hanno dichiarato Leontini e Maira – che piazza altri due suoi fedelissimi su poltrone di rilievo: il proprio vice capo di gabinetto, Gianni Silvia, alla presidenza di Riscossioni Sicilia e un membro della segreteria, Giuseppe Greco, nel consiglio di amministrazione della stessa Serit››.

La battaglia è appena cominciata. La risposta di Lombardo siamo sicuri non si farà attendere.


Pubblicato l'8 febbraio 2011 su www.cataniapolitica.it

9 febbraio 2011

Un “Manifesto” per Agata



di Antonio G. Pesce- Quando parliamo di sant’Agata, dimentichiamo sempre l’aspetto laico – ce n’è uno infatti – del culto agatino. La questione della laicità, un tema non molto in auge fino a qualche decennio fa, induce a dimenticare, o a connotare in modo negativo, un aspetto importante della figura della santa catanese: il fatto cioè che, oltre che “testimone” della fede in Cristo, Agata, come Lucia per Siracusa, sia stata cittadina di Catania.

Se, allora, ci si tiene tanto alla figura della bella e giovane martire cristiana, tanto che è difficile ricordare sindaci o uomini politici che, nonostante la personale indegnità morale (ché non lo scopriamo oggi quanto indegno possa essere un uomo dalle idee e dai valori che propone) o il proprio (e pubblico) credo laicistico, abbiano poi disertato i festeggiamenti; se tanto, dicevamo, ci si tiene ad Agata, allora le si potrebbe offrire anche qualche ragione “civile”, perché il suo nome non venga disonorato da quello della sua città.

Del resto, la dimensione sociale del Cristianesimo è evidente. Non nel senso che Stato e Chiesa siano o debbano essere la stessa cosa, ma che la religione di Cristo ha una sua dimensione politica, anche solamente simbolica. La giovane Agata si mostrò credente ( fu “martire”), appartenente ad una ecclesia (letteralmente “assemblea”), e le sue azioni da credente avevano ricadute sociali (cioè interessavano l’altro – l’ultimo catanese dell’epoca o l’imperatore di Roma).

Dunque, alla concittadina Agata si poteva offrire qualcosa più di fiori, cerei, salsicciate e bonbon. Altro. Magari una città più viva di cui andare più fiera.

Certo, per la comunità dei credenti il più alto dono è l’Eucaristia. Ma chi continua a pensare che il cattolicesimo sia una faccenda seria (che ne affronti il messaggio da credente o no), e non una schitarrata elettronica la domenica, sa che Gesù di Nazareth – con quel suo corpo e col quel suo sangue – insegnava nelle piazze, per le vie, sui monti a folle che stavano ad ascoltarlo. Chiese, infine, di cercarlo nel prossimo: in chi non aveva da mangiare, in chi era nudo, in chi soffriva. Non è questa una dimensione irrimediabilmente pubblica? E quando a messa ci si percuote il petto, non lo si fa forse, oltre che per accusarsi di aver peccato ‹‹in pensieri, parole, opere››, anche in ‹‹omissione››? E cosa è l’omissione, se non vedere il male e non opporvi il bene? Non è forse vero, infine, che non ci si salva da soli?

Le classi dirigenti (quale che ne sia il credo dei membri) stanno lasciando dormire questa città. E consegnano fiori – devozione per alcuni, partecipazione civica per altri – proprio quando sono tornati di moda i manifestati, gli appelli, l’impegno della firma e dei banchetti (oggi gazebo). Ecco, allora, cosa ci voleva: un manifesto per la città di Agata – per una città che si sta arroccando sempre più nell’individualismo di chi la vive. Niente sarebbe stato più stupefacente. Il vero giro di trionfo, il cui fercolo morale sarebbe stato tirato dai cordoni di chi ancora spera, e a cui sarebbe stato dato qualche altro motivo per continuare a farlo.

Eppure, nulla di questo è stato fatto. Nessun impegno. Nessun obiettivo comunitario. Gli ultimi bastioni che, quantunque traballanti, paiono restare in piedi – hanno coscienza della loro importanza? sono pronti ad assumersi l’onore della responsabilità? – non hanno ancora mostrato un sia pur timido sussulto di vitalità. Politica, cultura e fede non possono più proseguire in ordine sparso. Certo, permangano (ovviamente, e guai se non così fosse) le distinzioni di ruolo, ma come non vedere che, senza un’azione corale, Catania, da qui a qualche lustro, avrà perso definitivamente (almeno secondo la misura temporale di un vita umana) quel ruolo di grande metropoli meridionale che le compete?

Dalla rinascita civile al fervore culturale, dalla prosperità economica all’ordine sociale, bisogna segnalare priorità, suddividersi compiti, impegnarsi in esempi e donarsi in sacrifici: è necessario che una sola voce, pur nella differenza dei toni, si propaghi dagli scanni, dalle cattedre, dagli altari. E spiace che non ci siano abbastanza officine e botteghe per chiedere loro altrettanto.

È necessario un accordo, un programma comune – un ‹‹manifesto›› appunto – tra gli stati generali della città, perché essa smetta di essere qualcosa di più di un semplice dormitorio con qualche buon servizio a portata di mano. Catania deve aspirare a ben altro!

È necessario tornare a credere, sperare, progettare. È necessario, se vogliamo non disperdere quel patrimonio, lascito dei padri, che fa ancora essere fieri di questa ‹‹patria››. Che – non va dimenticato – è quella di Agata, una giovane che, alla Catania che vedeva con gli occhi della fede, sacrificò la vita.


Pubblicato il 3 febbraio 2011 su www.cataniapolitica.it

8 febbraio 2011

2 ANNI, 6 MESI, 27 GIORNI



di Antonio G. Pesce- Consiglio comunale intenso ieri sera a Catania. In discussione un ordine del giorno che, se non verrà abortito, potrà rivoluzionare la città. Parola d’ordine: decentrare. Il fine? Quello di far funzionare meglio le municipalità, momento di unione tra il centro e la periferia.

Apre il dibattito Salvo Di Salvo (Mpa), ripercorrendo le tappe legislative a livello nazionale, e quelle politiche – e purtroppo assai spinose – della politica cittadina. “Dobbiamo dare dignità ai consiglieri e ai presidenti delle municipalità” ha affermato Di Salvo, che ha poi messo in rilievo come dal ‘centro’ di piazza Duomo non si colgano sempre bene i problemi del quartiere del Pigno, della Playa, di Librino, ecc. Rilievo su cui ha concordato Manlio Messina (Pdl), ricordando tra l’altro i suoi trascorsi di consigliere di circoscrizione. E soprattutto un incontro, un momento di discussione a palazzo Esa con gli onorevoli Pogliese, Leanza e lo stesso Di Salvo. Tuttavia, l’esponente del Pdl ha chiesto chiarezza: “Serve un progetto chiaro“. Sulla stessa linea anche il consigliere Francesco Montemagno (Misto/Api), che ha proposto una commissione tecnica, magari rivolgendosi a studiosi dell’ateneo catanese. E ha lanciato una ‘chiara’ accusa: le municipalità non sono state messe in condizione di funzionarie, e di far sentire la loro presenza in quartiere, perché considerate bacini di voti. E sono così diventate anche ‘centri di costi’.

Puccio La Rosa (Pdl-Sicilia/Fli) ha rimproverato la tardività del dibattito e l’evanescenza dello stesso, imputandoli all’amministrazione. E ha invitato il sindaco a farsi promotore della riforma, magari con una delibera nella quale sia chiaro il progetto di città della maggioranza. E sui tempi di assenza della questione del decentramento dal dibattito politico si sono soffermati pure Nello Musumeci (La Destra – Alleanza siciliana) e Rosario D’Agata (Pd). Musumeci, addirittura, lanciando il tormentone della serata (stilettata di cui il sindaco Stancanelli si è risentito, citandola continuamente nella sua replica): ‹‹2 anni, 6 mesi, 27 giorni››. Tanto è trascorso, ha dichiarato dell’ex presidente della provincia, perché l’amministrazione affrontasse la questione. “Forse perché non è una priorità del sindaco?”, si è chiesto ironicamente Musumeci, non limitandosi tuttavia alla sola invettiva. Per Musumeci bisogna ridurre i costi della politica: comincino i consiglieri comunali a dare l’esempio, riducendosi il gettone di presenza, e si continui riducendo il numero delle municipalità, passando dalle attuali dieci a cinque. Della stessa opinione D’Agata, che non ha mancato di far notare quelli che a suoi dire sono stati i risultati delle giunte di Enzo Bianco, vanificati da più di dieci anni di amministrazione di centrodestra. Su questo “bilancio” si è registrato, durante la replica di Stancanelli, un momento di forte polemica tra D’Agata e il sindaco, tanto che il presidente dell’assise cittadina, Consoli, ha dovuto richiamare più volte all’ordine il capogruppo Pd.

Tuttavia, secondo Stancanelli, il dibattito in aula – e su questo concorde è stato anche Vincenzo Castelli (Udc) – è stato caratterizzato dalla demagogia. Il primo cittadino non si attribuisce alcuna responsabilità, per esempio, se le deleghe concesse con un’ordinanza del 1995 non abbiano trovato concreta attuazione ancora dopo quindici anni. L’indirizzo dell’amministrazione, su questo punto, è chiara: le municipalità devono essere integrate nel lavoro di governo della città, non solo al fine di migliorane la vivibilità, ma anche per coadiuvare il lavoro dei principali organi. Stancanelli si è detto contento dell’ordine del giorno, respingendo l’accusa di indifferenza: più volte sindaco, presidenti e consiglieri di circoscrizione si sono incontrati in questi “2 anni, 6 mesi, 27 giorni“, anche in modo informale. Dunque, dire che l’amministrazione è stata assente circa i problemi dei quartieri non corrisponderebbe a verità. Infine, il sindaco ha auspicato che presto, in un tavolo tecnico, maggioranza ed opposizione possano riunirsi per ideare un concreto progetto di decentramento.


Pubblicato il 29 gennaio 2011 su www.cataniapolitica.it

2 febbraio 2011

I Puffi leghisti e l'indifferenza siciliana


di Antonio G. Pesce- Si avvicinano le elezioni. Noi siamo la nazione delle elezioni. Del resto, quando la realtà è frustrante, almeno uno gioca con l’immaginazione. E votando, ci sentiamo un po’ tutti più partecipi. Nessuna prova più evidente del fatto che una nuova tornata di comizi televisivi si avvicina che i temi caldi della politica siciliana. Qui da noi, qualcuno dice essere stato installato, dagli albori della Repubblica, un ‘laboratorio’ politico. Infatti, solo da noi possiamo trovare una grande città (non) governata per mesi e mesi da una giunta interamente composta da tecnici. E solo da noi, i vecchi nemici diventano ‘alleati’ di governo (per giunta), per i quali tacitare addirittura un intero partito, di suo assai propenso alla ‘dialettica’ (chiacchiera o discussione faccia il lettore).

Ora, però, la retromarcia è d’uopo. Ci si sta posizionando sulla striscia di partenza. Si stanno scaldando i motori. E quando c’è da scendere nell’arena, il politico italiano (quello siculo non è da meno), poco propenso al lavoro che sostenga la famiglia (propria), ma assai zelante in quello per sostenere i famuli vari, non risparmia cure e attenzioni – da schiatto conoscente perfino della propria lingua, diventa un azzeccagarbugli di alta scuola giuridico-politica. Altroché! Del resto, a Roma non ci sono più maggioranze bulgare, avendo Spartaco sollevato i suoi sergenti (i colonnelli sono rimasti fedeli all’Impero), e il vento del Nord sta imponendo nuovi costumi morali – soprattutto castità e moderazione, un cilicio a cui pare l’attuale presidente del consiglio dei ministri sia poco propenso.

Così, Stancanelli rimpasta. Data la qualità delle prime infornate, anche questa volta c’è da credere che il pane che propinerà non sazierà una città stanca di digiuni, e che reclama il diritto di sedere a tavola, anche se è utopia sperarla ben imbandita. E a Palermo discutono di legge elettorale. Cioè, in soldoni, come convenga farsi eleggere alle prossime elezioni, che si credono assai imminenti. È politichese: loro dicono politica, ma si tratta di sopravvivenza. Pensate alla noia di ritornare al lavoro (per chi ce l’ha) dopo appena quindici giorni di ferie. Credete che non sia peggio cercarsene uno dopo anni di “gravi impegni per il bene del Paese”?

Però c’è che, tra una prostituta e un’altra, nel mezzo di due alti sermoni sulla moralità pubblica e la costumanza post-sessantottina, si sta anche discutendo di federalismo in questo Paese a due-o-più-piazze. E di questa discussione non si sente arrivare eco nei nostri lidi. Eppure, è talmente importante, che da questa può dipendere non solo la sorte della nostra isola ma, permettete, anche quella della nostra beneamata (almeno per chi scrive) nazione. Basti pensare, che le menti più raffinate del made-in-Padania (Bossi, Calderoli, Borghezio, ecc) stanno imponendo un assetto federale a quattro livelli (perché ormai in tutti gli strati comandano loro), con finanziamenti che, nonostante quel che vendono al loro elettorato, arriveranno comunque dallo stato centrale, unico organo autorizzato a prelievi e concessioni di un certo rilievo.

Se regge un assetto di questo tipo, unico finora nella storia dell’umanità, potremmo far costruire il ponte sullo Stretto, anch’esso unico nel suo genere, perfino dai Puffi. E, del resto, Dio voglia che regga – o meglio sarebbe che non passasse in questo modo, per evitare che ci ritrovi, tra un paio di anni, con il deretano a mollo nelle lagune dell’indifferenza civile.

Stancanelli, Castiglione e Lombardo ci facciano sapere che ne pensino di tutto ciò. E, se è possibile e non è chiedere troppo, lo facciano sapere anche a ‘chi di dovere’. Alle elezioni, del resto, c’è ancora tempo: come è risaputo, un esercito di quindicimila politicanti – dal nord al sud e a tutti i livelli – è in marcia per tirare fuori l’Italia del pantano della crisi. Mica per ri-accaparrarsi l’ambito velluto della poltrona. O no?


Pubblicato il 27 gennaio 2011 su www.cataniapolitica.it

La mafia è ancora un tabù?




di Antonio G. Pesce- A Castelvetrano, centro di circa trentamila abitanti in provincia di Trapani, non conoscono mezze misure. Hanno una biblioteca comunale intitolata a Leonardo Centonze, ma sono ricordati per altri due uomini di spicco. Uno si chiama Giovanni Gentile, nato lì nel 1875, e ricordato – almeno fino a quando la cultura non fu un optional – come uno dei più grandi filosofi del Novecento, italiano e non, e padre della riforma scolastica, grazie alla quale gli italiani hanno avuto per decenni almeno un cervello da mettere in fuga (ora, si limiteranno a mettere in fuga solo il deretano). L’altro, è Matteo Messina Denaro, l’ultimo grande boss della mafia che ancora non abbiamo avuto il piacere di raccomandare alle cure delle patrie galere.

Non hanno mezze misure a Castelvetrano. Neppure nelle reazioni. Qualche giorno fa un incontro sulla legalità con il procuratore aggiunto di Palermo Antonino Ingroia, e il collaboratore di giustizia Vincenzo Calcara è andato deserto di giovani (e non solo). Le scuole non hanno partecipato. Ieri [21 gennaio] l’assessore all’istruzione della Regione Sicilia, Mario Centorrino, si è recato a Castelvetrano, e dopo un chiarimento col sindaco e il preside delle scuole, ha diramato un comunicato che recita: ‹‹È emersa una mancata comunicazione tra i diversi soggetti interessati, che ha creato più di un equivoco in merito alla manifestazione, al suo significato ultimo, ai partecipanti››. Peccato che il preside, Francesco Fiordaliso, le idee le aveva chiare, quando ha dichiaro al Giornale di Sicilia di considerare Calcara un “mistificatore”. Strano modo di esserlo dal momento che, se non tutte le sue dichiarazioni, una parte ha trovato riscontro e condotto a condanne.

Ora, dato che Centorrino non se lo chiede – e potrebbe, avendone e l’autorità istituzionale e quella culturale – chiediamocelo noi: fino a qualche lustro fa, su queste faccende qualcuno ricorda equivoci? Qualcuno di quei trentenni, che rientravamo a casa il pomeriggio o la sera, e trovavano in salotto la famiglia sbigottita davanti a scene di guerra trasmesse dalla tv in edizioni straordinaria; qualcuno di questi trentenni ricorda per caso un preside mettersi a giudicare un collaboratore, più e meglio di un giudice, e non far partecipare tre scuole – classico, scientifico e pedagogico – perché mancasse qualche protocollo?

Non ci possono essere equivoci – meglio: non ci può essere alcuna giustificazione. Bisogna far diventare tabù, sociale e personale, l’idea che, in fin dei conti, con la mafia si possa convivere. Che con la mafia, alla fine, si debba convivere. E che convenga pure. E come la politica, ultimamente, ne ha creati alcuni di tabù, riguardanti la sfera sessuale della vita, ne deve creare di altri riguardanti quella sociale. Tra questi, la mafia deve diventare il nostro tabù ancestrale. Non si può fare neppure un passo indietro. Perché non ci metteremmo a distinguere tra associazioni, se ci fosse da esprimere solidarietà a chi è vittima di abusi sessuali o di discriminazioni (o no?). Allo stesso modo, quale che fosse la marca di produzione di un evento civile come quello del 19 a Castelvetrano, bisognava partecipare in massa.

Passi che non lo abbia fatto la città intera. Non può passare che non sia stato consentito di farlo ai ragazzi. Che, tra l’altro, si sono detti costernati per l’accaduto. Segno evidente di quanto fosse chiaro il significato, per quel luogo, di un incontro di quel genere. E di quanto i tempi siano mutati da quel 1992, quando si partecipava senza “se” e senza “ma”. Chiediamoci, allora, cosa è cambiato. E ciascuno riscopra la dignità che tirò fuori in quei pomeriggi estivi di quasi vent’anni fa.


Pubblicato il 22 gennaio 2011 su www.cataniapolitica.it

Ma Totò è ancora un uomo


di Antonio G. Pesce- Sabato è arrivata la condanna a sette anni per Totò Cuffaro, ex presidente della Regione Sicilia. La seconda sezione penale della corte di Cassazione ha confermato la condanna avuta dal senatore anche in appello. Senza attendere i cinque giorni per la notifica, Cuffaro si è recato al carcere di Rebibbia. Non ha gridato al complotto. Né, prima di entrarvi, ha pronunciato parole inconsulte o si è atteggiato a vittima.

‹‹Rispetto la magistratura – ha dichiarato da condannato ormai in via definitiva, e non già da semplice inquisito che spera in ben altro esito – Adesso andrò a costituirmi. Affronterò la pena come è giusto che sia. Questo è un insegnamento che lascio come esempio ai miei figli. Sono stato un uomo delle istituzioni e ho un grande rispetto della magistratura››. Sono parole pensate e pesanti, rese ancor più gravi dal fatto che non capita molto spesso di vedere condotta a termine, e perfino accettata nei suoi esiti, una battaglia legale come quella appena conclusasi.

Sì, è difficile prende le parti di Totò Cuffaro. È difficile per chi gli rimprovera di non aver reso migliore la terra che, con largo consenso, gli era stata affidata. Ed è difficile per chi, soprattutto, negli anni della sua adolescenza avrebbe accettato e giustificato qualsiasi strategia, politica e militare, di cui il diritto si fosse servito per piegare l’antistato stragista e non. Infine, pare impossibile spendere anche una sola parola per chi, ormai possiamo dirlo, è colpevole di aver favorito talune persone (anche senza essere perfettamente cosciente del ruolo che ricoprivano nella malavita), passando loro informazioni. Vi si aggiunga lo sfregio di uno dei simboli più gustosi di questa isola che amiamo, il cannolo divenuto l’emblema di una condanna in primo grado ritenuta blanda, e davvero non si vede come non chiederne addirittura la dannatio memoriae.

Eppure, questo è un uomo. Lo è proprio perché ha sbagliato, ed è stato vinto da una società che ha saputo far giustizia nei luoghi deputati dal diritto a tale scopo. E davanti ai vinti, l’etica pagana come quella cristiana, i codici cavallereschi del passato come quelli militari di qualche decennio fa, hanno sempre riconosciuto l’onore delle armi, soprattutto davanti a chi non ha chiesto che semplicemente questo per arrendersi.

No, non si devono temere gli uomini che errano. Fossero i peggiori peccatori, avrebbero comunque la possibilità della redenzione. E non li si deve temere, soprattutto quando la forza del diritto ha vinto i particolarismi e le furbizie dei singoli. Ma una società civile, di quelle che tante volte sono state chiamate ad esempio in questi ultimi tempi, dovrebbe avere orrore di chi, senza arte né parte, sol per un poco di notorietà, ha infestato l’etere di canzoncine, sfottò vari e foto ciniche per colpire un vinto. Perché i santi, che non hanno coscienza di peccare almeno sette volte al giorno (cfr. Prov. 24,16), prima o poi diverranno dei demoni. Date loro la possibilità di ergersi a giudici, e passeranno dai fatti alle coscienze con tanta noncuranza da giustificare ghigliottine, forni e fosse comuni.

La storia di Totò Cuffaro, come quella di ciascuno di noi davanti ai propri errori– perché tutti ne commettiamo, e Dio voglia che siano sempre di quelli da espiare soltanto davanti al confessore – è la storia di un fallimento. Fallimento di un uomo, fallimento di un popolo. Non c’è nulla da ridere, nulla di cui gioire. C’è solo da tacere, avendo la giustizia espletato il suo corso, e pregare, o aggrapparsi alla propria coscienza morale, perché non abbia ad accadere a noi.

L’altro dì a tavola, non il filosofo o il giurisperito, ma l’operaio si chiedeva se, alla nascita, nei primi anni della fanciullezza, quando tutto appare ridente e prosperoso, l’assassino, il mafioso, l’imbroglione l’avrebbero mai detto della fine riservata al loro costume e al loro nome. Troppa sensata la domanda, insaporita dal sale che non scarseggia mai nelle tavole degli ultimi, perché tra un boccone e un bicchiere di vino il figlio saputello lo degnasse di una risposta. E tuttavia, in poche parole è messa in scena il dramma della vita. Sapeva il giovane democristiano Cuffaro, chierichetto e un po’ sacrista, che da grande, facendosi furbo per non farsi nemici, avrebbe traccheggiato con taluni personaggi per nulla raccomandabili (per quanto egli ne parrebbe incosapevole), e che ciò, a lui bonaccione signorotto di sezione, sarebbe costata la carriera e il buon nome?

Nulla che ci riguardi giunge a compimento in un attimo solo. Ogni cosa matura nell’esistenza degli umani con i tempi degli umani. Nessuna tegola si stacca dal frontone del destino per troncare una vita intemerata. Però proprio questo garantisce che, alla notte durante la quale si crede di accorciare e invece si sbaglia completamente strada, può seguire un’alba in cui la direzione giusta non potrebbe apparire più chiara. Il sole tramonta e s’alza sui buoni e suoi cattivi proprio per questo: perché a nessuno è garantita per sempre la luce, e a nessuno per sempre sarà negata.


Pubblicato il 24 gennaio 2011 su www.cataniapolitica.it