"-E' come nelle grandi storie, padron Frodo, in quelle che contano davvero. Erano piene di oscurità e pericolo, e a volte non volevi nemmeno sapere come andavano a finire, perchè come poteva esserci un finale allegro? Come poteva il mondo tornare come prima dopo che erano successe tante cose brutte? Ma alla fine, era solo una cosa passeggera, quest'ombra. Anche l'oscurità deve finire. Arriverà un nuovo giorno, e quando il sole sorgerà, sarà ancora più luminoso. Quelle erano le storie che ti restavano dentro, che ti insegnavano qualcosa, anche se eri troppo piccolo per capire perchè. Ma credo, padron Frodo, di capire. Ora, so. I protagonisti di quelle storie avevano molte occasioni per tornare indietro, ma non l'hanno fatto. Sono andati avanti, perchè erano aggrappati a qualcosa. - Noi a cosa siamo aggrappati, Sam? - C'è ancora del buono a questo mondo, padron Frodo. Ed è giusto combattere per questo."
J.R.R. Tolkien, Il signore degli anelli.

30 novembre 2010

IL FREDDO SULLA CALDA PROTESTA


di Antonio G. Pesce- Il freddo che avvolge l’Italia non riuscirà a frenare l’ondata calda del dissenso studentesco. Idee confuse tante, fuori dal palazzo certo, ma anche dentro. Due giorni di guerriglia urbana e di imboscate parlamentari, di azioni dimostrative per le strade e tra gli scanni. I giovani che non sanno che scuola vogliono ma intanto protestano; i vecchi che non sanno che razza di nazione dare loro, ma intanto legiferano. Uno stato confusionale che sta avendo due palcoscenici apparentemente opposti, ma in realtà speculari: la piazza e il parlamento.

Si comincia dalla prima. Cortei per tutta la Penisola: è in discussione la riforma Gelmini. A Torino gli studenti hanno deciso di occupare il Politecnico; a Pisa si ‘occupano’ cinque ponti sull’Arno, l’aeroporto e due binari della stazione; A Bologna il rettorato; a Palermo si sale sul tetto del polo didattico. Più blanda Catania: assemblea e fiaccolata con consegna al rettore di una petizione contro il ddl firmata da 2000 persone.

Il fronte caldo assomma varie correnti: gli studenti medi, forse l’unico fronte a non aver chiaro quel che è in gioco e quel che ormai è andato “giocato”; i diversi precari di un’Italia a tempo determinato, ma soprattutto i ricercatori di un’università ormai al collasso, depauperata per anni da clientele e malaffare, e ormai distrutta dal taglio continuo di risorse; infine, la trincea politica, che spera di dare l’ultima spallata ad un governo ormai morente.

Non è un caso che a Roma, sui tetti insieme ai precari della ricerca, ci sono Di Pietro e Bersani. Quest’ultimo, dopo che il ministro dell’Istruzione, stimmatizzandone il gesto, lo avevo apostrofato dandogli dello ‹‹studente ripetente››, ha messo online, sul sito del Pd, la propria ‘pagella universitaria’, invitando la Gelmini a fare altrettanto. Ma il ministro non ha ancora risposto. C’è chi maligna, ma si fa presto a smentire: l’aria è tesa, e per quanto riguardano le polemiche già bastano quelle interne allo schieramento di centrodestra. Se escludiamo un paio di ore, in cui tutto il mondo politico si è ricompattato attorno alla condanna delle violenze davanti a palazzo Madama – più delle uova contro il portone, sarebbe meglio palare dei caschi dei violenti contro la polizia -, la Camera è stata il campo di battaglia dell’ennesima tregua infranta tra berlusconiani e finiani. Quest’ultimi votano con l’opposizione un emendamento dell’Udc, il governo va sotto, la Gelmini si dice addirittura pronta a ritirare il ddl, se dovesse essere modificato tanto da venire stravolto. Alla fine, però, non siamo al 14 dicembre, giorno dell’apocalisse all’amatriciana. Dunque, le due fazioni ex alleate si ricompattano. Forse è questione di giorni: martedì prossimo la ‘riforma universitaria’ passerà il guado.

Intanto, il governo che aveva tagliato più di un miliardo al finanziamento ordinario degli atenei per il 2011, ha dovuto fare una sostanziale (e abbondante) retromarcia, rifinanziandolo con 800 milioni: il rischio – ormai lo si è capito – non è che qualche milione di euro vada sprecato, ma che si portino in tribunale i libri contabili. Rimane tuttavia un disavanzo di quasi trecento milioni di euro.

Il 2010 si sta chiudendo in un clima surriscaldato dalla crisi occupazionale e formativa: in poche parole, una crisi generazionale. Il freddo, però, sta calando su tante speranze . E forse, più che la perdita del posto di lavoro e degli anni di duri sacrifici, è quella della fiducia che dovrebbe preoccupare di più.


Pubblicato 26 novembre 2010 su www.cataniapolitica.it

29 novembre 2010

IL MONDO CAMBIA. L'ITALIA ARRANCA


di Antonio G. Pesce- Siamo il Paese che attende ancora un suo avvenire perché non sa sceglierselo. Perché, in realtà, non si mette d’accordo al suo interno. Del resto, non siamo d’accordo neppure sul passato. Che il Risorgimento non sia avvenuto come ce l’hanno raccontato a scuola, questo è sicuro. Ma sicuri che abbiamo sbagliato strada? Dove saremmo andati divisi in più pezzi, se oggi che siamo uno solo non riusciamo a spostarci dalla situazione di stagno in cui ci troviamo?

Perfino la grande ‘narrazione’ antifascista è venuta meno. Le trasmissioni che contrappongono fascisti e antifascisti, con la loro arbitraria ricostruzione delle vicende storiche ancora vive nella memoria, sarebbero troppo noiose culturalmente se non fossero, innanzi tutto, per la loro litigiosità altrettanto deprimenti moralmente.

Il mondo crolla, dopo essersi ‘occidentalizzato’. Il capitalismo sarà abbattuto da se stesso, dopo aver resistito alle minacce sovietiche. Ieri è crollata la Grecia. La Spagna di Zapatero sta malissimo – cosa che c’era stata avvisata dal filosofo Savater, che nell’estremo laicismo zapatista vedeva il fumo negli occhi di una nazione malata. Correva l’anno 2009, pochi mesi prima delle elezioni europee. Che non avesse torto, lo abbiamo scoperto un paio di mesi dopo. Vogliamo, poi, parlare del Portogallo? Parliamo dell’Irlanda, che in Europa è stata la ‘tigre’ che negli ultimi decenni ha aggredito la crescita. Ora si trova in panne. E credeteci: non sarà l’unica. Prima del Vecchio Continente, c’è da pensare al mondo intero. Da un decennio la vulgata neomaterialista ci ha raccontato la storia del bel progresso delle tigri dell’Asia. Le ‘magnifiche sorti e progressive’ in salsa liberal-liberista. Ci diceva che la Cina, per esempio, ci avrebbe divorati, o che saremmo finiti fagocitati dall’India. Veniva scambiato per un illuso colui che poneva fede nella Libertà.

La Cina e l’India sono i due colossi prossimi all’implosioni. La gente lì comincia a scioperare: perfino le gialle formichine non vogliono essere degradate ad automi. Si chiama ‘etica’ quella cifra della nostra esistenza di cui non riusciamo a sbarazzarci. Il mondo moderno – come ce lo hanno inculcato e decantato – muore. È l’agonia delle ultime illusioni rimaste. Sta accadendo all’economia. Accadrà al costume, personale e collettivo. I nostri padri si sono sbarazzati dei loro, credendo di poter creare un paradiso. Ora che l’inferno infiamma il globo, tocca ai nipoti vendicare i nonni.

Il mondo sta cambiando. Questa volta non si fermerà tanto facilmente. Oggi, tra i libri di una libreria d’usato spiccava un titolo: Il ritorno dell’economia della depressione. Stiamo andando verso un nuovo ‘29?, un’opera dell’economista Paul Krugman, premio Nobel nel 2008. Lasciate perdere se quel che dice vi piace o no: non ha importanza. Ne ha, invece, la data di pubblicazione: l’originale è del 1999, la traduzione italiana per Garzanti è del 2001. In poche parole: non è stato scritto col senno di poi, ma due lustri prima della crisi che stiamo vivendo.

Davanti ai cambiamenti mondiali, fa una certa impressione leggere i dispacci della politica italiana. Tutti sanno che si andrà al voto tra un paio di mesi: ormai è un segreto di Pulcinella. La sinistra non sa spiegare perché dovremmo preferirla ai berlusconiani: in Sicilia non c’è questione morale, ci sarebbe solo in Campania. A Fini gli si fa un favore a definirlo ‘futurista’: è un futuribile, un capo che deve ancora dimostrare qualcosa. Da vent’anni lo si attende. La sua rivoluzione – fascista, tradizional-cattolica, liberale, liberal, ecc – è sempre di là da venire. Perfino Mara Carfagna, l’ultima speranza per quella rinascita morale auspicata da molti, pare essersi impaurita: contrordine, si ritorna nei ranghi, forse l’accontentino è arrivato.

Dispiace ancor di più che sia il governo a non saper dove si vada. Non è più chiaro chi siamo, divisi in 20 stati dove ognuno ormai fa quel che più gli porta consenso. Non è chiaro dove vogliamo andare. Questo il vero pericolo, che alle crisi di un mondo impazzito come la maionese, ci si metta sopra il proprio cronico esaurimento nervoso.


Pubblicato il 25 novembre 2010 su www.cataniapolitica.it


28 novembre 2010

LA LUCE DI RATZINGER


di Antonio G. Pesce - Esce in questi giorni Luce del mondo, il terzo libro-intervista che il giornalista tedesco Peter Seewald firma con Joseph Ratzinger. Ed è un libro che susciterà vero ‹‹scandalo›› per i tanti benpensanti, che in questi cinque anni non hanno risparmiato ingenerose critiche al pontefice.

Come dichiarato dallo stesso intervistatore, Benedetto XVI non ha mutato di una virgola le domande che gli sono state rivolte né, a intervista conclusa, ha ritoccato le risposte, se non per esprimere con più chiarezza alcuni passaggi: «Io ho presentato in anticipo una traccia – ha affermato ad Avvenire Seewald – ma le domande non sono state concordate e non ne è stata rifiutata nessuna. Per Ratzinger non ci sono temi tabù. Ha lasciato nel libro la parola parlata e nel dare l’autorizzazione finale ha solo fatto piccole correzioni, dove riteneva necessarie alcune precisazioni testuali».

Dagli stralci pubblicati in questi giorni, scopriamo che c’è anche un Papa privato, che avrebbe dovuto fare la cyclette, come consigliatogli dal medico ai tempi della congregazione della dottrina della fede, ma che per ora non ha tempo; che, insieme alla famiglia pontificia (quattro donne della comunità dei Memores Domini e i due segretari) festeggia i compleanni, gli onomastici e il Natale; che guarda la televisione – i notiziari in modo speciale, ma anche dvd – e ha apprezzato un film su Giuseppina Bakhita, senza mai dimenticare di rivedere spesso Don Camillo e Peppone.

Ma è soprattutto il Pontefice nella sua veste di capo della Chiesa che farà discutere. Da quello che è trapelato, Ratzinger “demitizza” alcuni luoghi comuni. Innanzi tutto – e fin qui solo folclore – quel che è accaduto nella “Camera delle lacrime”, lì dove avviene la vestizione del neoeletto papa prima che si affacci dalla Loggia. ‹‹In realtà, in quei momenti si è presi da questioni molto pratiche – risponde Ratzinger – esteriori: innanzitutto come aggiustarsi la veste e cose simili. Sapevo che di lì a poco, dalla Loggia centrale, avrei dovuto pronunciare qualche parola, ed ho iniziato a pensare: “Cosa potrei dire?” Per il resto, fin dal momento in cui la scelta è caduta su di me, sono stato capace soltanto di dire questo: “Signore, cosa mi stai facendo? Ora la responsabilità è tua. Tu mi devi condurre! Io non ne sono capace. Se tu mi hai voluto, ora devi anche aiutarmi!”››.

Poi Seewald gli fa notare che egli è il Papa più potente di tutti i tempi: i cattolici sono in continuo aumento, e la Chiesa in espansione in tutte le latitudini. ‹‹Sono statistiche che certo hanno la loro importanza. […] Ma il potere del Papa non è in questi numeri›› risponde placidamente e, con molto realismo, continua: ‹‹La comunione con il Papa è di tipo diverso, e naturalmente anche l’appartenenza alla Chiesa. Tra quel miliardo e duecento milioni di persone ce ne sono molte che poi in realtà nel loro intimo non ne fanno parte. […] Stalin aveva effettivamente ragione quando diceva che il Papa non ha divisioni e non può intimare o imporre nulla. Non possiede nemmeno una grande impresa, nella quale, per così dire, tutti i fedeli della Chiesa sarebbero suoi dipendenti o subalterni. In questo senso, da un lato il Papa è una persona assolutamente impotente. Dall’altro ha una grande responsabilità. Egli è, in un certo senso, il capo, il rappresentante e allo stesso tempo il responsabile del fatto che quella fede che tiene uniti gli uomini sia creduta, che rimanga viva e che rimanga integra nella sua identità. Ma unicamente il Signore ha il potere di conservare gli uomini nella fede››.

Sono solo alcune delle domande dirette che il noto giornalista tedesco rivolge a Benedetto XVI. Si parla anche di Shoah, e questo potrebbe essere un altro passo ad alta concentrazione polemica, dato che Ratzinger esprime la sua vergogna come tedesco, ma difende esplicitamente il Pio XII, notoriamente tasto dolente del dialogo con una parte non irrilevante del mondo ebraico. E poi, la questione del profilattico, fin troppo banalizzata dai media. Ratzinger inserisce la discussione sul condom in una discussione più ampia circa la banalizzazione della sessualità nell’epoca attuale. In questo senso – ecco ‘l’esempio di scuola’, ‘caso limite’ affrontato già da qualche decennio nelle scuole teologiche – l’utilizzo del preservativo da parte di una prostituta può essere il primo momento di un ritorno alla comprensione dell’importanza del corpo.

C’è da chiedersi a questo punto: non sarà che il fraintendimento sensazionalistico sia stato voluto, al fine di deviare la discussione dai punti davvero importanti su cui poggia la discussione del libro? Che il Papa abbia precise intenzioni pastorali lo dice, del resto, padre Lombardi, portavoce della sala stampa vaticana, il quale ha dichiarato di aver chiesto a Benedetto XVI le ragioni che lo hanno spinto a scrivere questo libro-intervista. ‹‹Perché il Papa ha fatto questa intervista? Perché ha pensato che parlare alla gente di oggi, in un linguaggio anche semplice, colloquiale, sulle tante questioni che la gente si pone, fosse un buon servizio che egli poteva rendere››.

Non è poco per chi lo riteneva un astruso e bigotto teologo.


su Cataniapolitica.it, il 24 - novembre - 2010

FINI E IL SUCCESSO DEL NULLA


di Antonio G. Pesce- Possiamo dare due tipi di giudizio politico sulla convention di Futuro e Libertà che si è svolta ieri a Perugia. Ed onestà intellettuale vuole che si dia conto di entrambi. Non perché così, salomonicamente, si darà un colpo al cerchio del finismo e uno alla botte del berlusconismo, ma perché, in questo modo, ogni lettore potrà scegliersi liberamente la prospettiva da cui guardare alla politica nazionale.

Il movimento di Fini pare destinato ad un corposo successo elettorale. Certamente, ne ha tutte le possibilità. La richiesta di dimissioni al presidente del Consiglio, avanzata dal presidente della Camera – forse in veste di capo di partito – di per sé non significherebbe alcunché di diverso da una giusta formalizzazione della crisi ormai in atto da almeno sei mesi. Ma nel contesto attuale è la necessaria manovra tattica di chi vuole evitare un lento logoramento, preferendo la battaglia elettorale. Perché a continuare così, ad essere logorato non sarebbe stato solo il Cavaliere, ma pure il suo vecchio scudiero, che sulla base della propria ‘fellonia’ ha attratto i (parecchi) delusi del centrodestra e (i non pochi) del centrosinistra. Ora che è arrivato l’atto d’insubordinazione, e che si profilano in tempi brevi le elezioni politiche, i sondaggi saranno anche più veritieri: Fini ha fatto quel che tutti si aspettavano che facesse, saldando a sé quell’elettorato che vorrà seguirlo nella campagna elettorale.

A confermare un possibile successo è anche la memoria: non si ricorda nulla di vuoto che non abbia fatto presa sull’elettorato. E qui il secondo giudizio, meno contingente e più legato al senso (smarrito) che la politica dovrebbe avere. Sia chiaro a quanti leggono la stampa estera (in traduzione), sperando di avere nuove da spendere contro il proprio Paese: l’Italia non è la sola. Se qui da noi non c’è più De Gasperi, in Francia non hanno Schuman e in Germania non c’è Adenauer. E se Almirante non era Mussolini, Fini è (purtroppo) una replica poco convincente di Berlusconi.

Quanti non sono bacchettoni e pensano che, piaccia o no, la vita scorra, a Futuro e Libertà perdoneranno di certo le luci stroboscopiche, il palco avveniristico da show televisivo, le musichette elettroniche (però poco azzeccate), che facevano da sottofondo ad ogni entrata sul palcoscenico: tutta roba hollywoodiana, al confronto della quale le ‘convention’ berlusconiane possono essere rubricate a salsicciate collettive da sagra di paese. Però lo stile è quello. E quello è lo stile (il tono e il volume) dell’oratoria sfoggiata nei vari interventi: urla, slogan, mimica pentecostale con braccia alzate al cielo a dare enfasi a qualche battuta scontata. Cose da Arcore, insomma. Ovvio, perché se basta accompagnarsi un anno collo zoppo per cominciare a zoppicare, figuriamoci che può accaderti dopo sedici anni.

Quello che però non si può scusare è la formazione informe di un partito senza anima, senza popolo e, pare, senza un capo. Senza anima, perché tutto ciò che di culturale giri attorno a Fli non ha fisionomia chiara: l’intervento del prof. Campi ne è esempio. Quale prospettiva per la nostra nazione? Quale senso di questa esperienza? Berlusconi ce la racconta da sedici anni: evitare che la sinistra vada al potere. E Fini cosa ci racconta? Quale ‘l’ideale’ – si diceva una volta, ormai sostituito dal più trendy ‘mission’- che alimenterà l’azione di Fli? Il manifesto, letto da un attore – e non è un caso – del calibro di Barbareschi, è un’accozzaglia di luoghi comuni: ‹‹Un’Italia intransigente contro la corruzione e contro tutte le mafie, che promuova la legalità, l’etica pubblica e il senso civico›› si legge tra le altre cose. Ebbene, c’è qualcuno che direbbe pubblicamente il contrario?

Ma se manca l’anima – l’identità per intenderci, ciò che rende unica un’esperienza – manca anche chi dovrebbe identificarcisi. Ed è indicativo – e non è neppure questo un caso – che l’unico vero momento di partecipazione corale del pubblico si è avuto quando la catarsi ha raggiunto il suo acme: la richiesta di dimissioni del presidente Berlusconi. L’antiberlusconismo come collante? Forse. Anche perché non si vede ancora cosa potrebbe tenere unita la ‘tradizione’ di Viespoli, la ‘famiglia gay’ di Della Vedova, la ‘Patria’ di Paglia, i ricordi nostalgici delle versioni italiche di famose canzoni hitleriane.

Senza anima e senza popolo non ci può essere il capo. Semmai, un padrone. Ma i capi nascono dalla gente e da un comune sentire. I padroni dalla paura. Berlusconi fa molta paura? Sarebbe allora meglio non imitarlo, o quanto meno fingersi imbarazzati, quando il nome più pronunciato, quello più osannato, quello più visibile nello stesso logo è il proprio.


Pubblicato l'8 novembre 2010 su www.cataniapolitica.it

25 novembre 2010

LA DITTATURA MEDIATICA SUI DEBOLI


di Antonio Giovanni Pesce- Stiamo morendo di politica. Forse, siamo già morti di politica. Il più concreto dei terreni è divenuto la più astratta delle prigioni. Politica ridotta a partiti, ad apparati di potere, a schemi ideologici – che riduce a sua volta tutta la vita a se stessa. Non ne stiamo uscendo più. Non c’è nulla nella discussione pubblica attuale – nella ‘Politica’, nella più ‹‹architettonica delle scienze›› direbbe Aristotele – che possa lenire la solitudine dell’uomo moderno.

Siamo soli. Monadi. Ne è dimostrazione che la replica, in un qualche modo, al ‘disonorato’ Maroni è stata concessa. In un qualche modo, certo. Tuttavia gli è stata concessa. Non tutto, però, alla fine sarà in chiaroscuro, come la laicità una volta prometteva. Non ci sarà spazio per dubbi più incalzanti delle collusioni leghiste.

Oggi si ‘appare’. E la presenza narrante che ‘appare’ fa scivolare nel nulla chi non ha la forza di apparire. Questi sono i nuovi deboli: coloro che non ‘appaiono’, che saranno cancellati dalla storia, perché già cancellati della cultura, dall’informazione, dalla politica. E chi ‘appare’ deve essere conforme al metro della scatola, o essere insignificante. Non è colpa di chi appare. Chi scrive è tra coloro che ‘appaiono’ – scrive su un posto letto mediamente da ventimila persone. Non è forza anche questa? Eppure, nessuno vuole far torto a nessuno.

Guardate Saviano: ieri sera parlava di immondizia in Campania, di rifiuti tossici del Nord che la camorra sotterra al Sud. Nulla da eccepire: tutto vero. Tutto altamente civico. Diremmo che egli sia macchiato di un orrendo delitto contro i ‘non-apparsi’? No. Eppure è così. Nella puntata di lunedì 15 novembre il duetto Fazio-Saviano ha ospitato i congiunti di Welby ed Englaro. È sbagliato che Saviano si dichiari a favore di certe pratiche, del resto ancora illecite in Italia? Forse. Ma è come cercare il pelo nell’uovo. Quello che è accaduto, è che da l’indomani migliaia di famiglie hanno reclamato il loro diritto di ‘esserci’ nella storia di questo Paese. Che è la storia scritta da alcuni, ma vissuta da molti altri. La storia di chi non si arrende alla malattia, perché accanto ha una famiglia che non si è arresa moralmente ed economicamente davanti alla disgrazia, nonostante uno Stato assente. O presente come Caifa per schermire l’ennesimo Cristo inchiodato alla propria croce.

Avvenire ha lanciato una campagna: ‹‹Fateli parlare››. Una campagna che non sortirà alcun effetto. La storia sta andando da un’altra parte. Verrà il giorno in cui ci pentiremo. Ma non è questo quel giorno. Per ora, l’ennesima ‘narrazione’ ci racconta che una vita debole non va vissuta punto. Del resto, quale migliore dimostrazione di questa, che a parlare siano stati conduttori, scrittori, politici e congiunti, uniti dall’insolubile vincolo della vita? Piergiorgio Welby non c’era lunedì 15 novembre su Raitre: è morto. Non c’era Eluana Englaro: è morta. Non c’erano – e vedrete che non ci saranno – i tanti malati che non hanno più braccia per votare e lingua per tifare. Non ci sarà il nostro Salvatore Crisafulli, non ci sarà suo fratello Piero: perfino l’Inps, la cui efficienza non può essere additata come esempio, ha fatto la voce grossa contro di loro [ne abbiamo già data notizia su Cataniapolitica].

I deboli. Chi sono i deboli oggi? Quale Cristo è salito in croce passando dal Golgota vicino casa mia? Quale Getsemani ha visto sudare sangue? Non lo sappiamo. Sappiamo quali siano i ‘valori’ di Tizio e quali quelli di Caio, ma il dolore non ha viso, non ha voce, non ha racconto. Il dolore no. La morte, quella umana che conosce l’angoscia, neppure. Semmai, ‘appare’ un evento – la vita con le sue disgrazie diventa ‘caso’, sempre e comunque portato alla ribalta dell’ ‘apparenza’ per fare del bene agli altri. Novelle crocerossine: basta scegliere. Ma la scelta è dilemma tra vita e morte, comunque nella disgrazia. Signori: quali monologo lo spiegherà mai questo mistero?

Vedrete: la lista non è ancora finita. C’è sempre un invitato da aggiungere. I deboli no. Quelli hanno in eredità solo il Paradiso.


Pubblicato il 23 novembre 2010 su www.cataniapolitica.it

24 novembre 2010

LA PATRIA CHE VERRA'





di Antonio G. Pesce- Ha suscitato molti nuovi interrogativi, più che dissipare quelli vecchi, la lista di valori che il presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha letto durante il programma di Fazio e Saviano.

Si è parlato – a ragion veduta – del Manifesto dei conservatori di Giuseppe Prezzolini come fonte di ispirazione. E dunque di una visione alquanto ‘anglosassone’ della destra: del resto, Prezzolini trascorse molti anni in America, e non è un caso che, nonostante sia sempre stato presente nel Pantheon dei pensatori della destra nostrana, i giovani missini non se ne siano mai curati molto (forse ingiustamente: tant’è), preferendogli o la mera citazione di Giovanni Gentile, o la lettura alquanto superficiale di Julius Evola. E soprattutto tanti teutonici. Ai quali Pietro Vassallo, inascoltato profeta della destra italiana di stampo cattolico, da anni contrappone un parterre tutto nazionale, che ha il merito non solo di parlare un idioma conosciuto, ma anche di pensare un pensiero concreto.

Ma ai filosofi come Vassallo si preferiscono i politologi come Campi, e capita così che un discorso pronunciato davanti ad una decina di milioni di spettatori finisca per essere ‘corretto’ dal pensatoio del capo, segno evidente che il pelo muta, ma non viene meno il vizio di pensare a modo proprio, e di chiedere poi assensi che, se la coerenza dello spirito valesse più della comodità dell’esistenza, in tutta coscienza non potrebbero arrivare. Così è accaduto con una delle frasi più contestate di quel discorso, nel quale Fini decretava – chissà sulla base di cosa – la certezza della fine della Patria come «Terra dei padri».

Sia chiaro: Fini pone un giusto problema, cioè l’inclusione dei nuovi “cittadini”, di coloro che non sono nati da italiani, e perfino lontani dall’Italia, dalla ‘terra dei nostri padri’. Infatti, che questo sia un problema serio per una nazione come la nostra, che soltanto nel ’38 ha conosciuto ridicole teorie di stampo positivista, è indubitabile. Ma la soluzione è altrettanto seria? Sembra, semmai, trapelare un discorso troppo grande per il novello statista futuribile, che ci porterebbe a parlare, più che di morte della Patria, di «morte del Padre» seguendo la lezione di Massimo Cacciari. Ma allora la posizione di Fini si collocherebbe all’interno della deriva Sessantottina – ed è difficile attribuirgli perfino questo misfatto.

In realtà, a Fini qualcuno avrà citato seri studi compiuti da esimi storici sul senso della nazione dal Risorgimento ad oggi. Più che di Federico Chabod, parliamo di un nostro contemporaneo, Alberto Mario Banti dell’università di Pisa, tra i massimi studiosi del processo unitario italiano. In opere come La nazione del Risorgimento (Torino 2000), mette a fuoco il valore dei legami parentali, della iconografia cristiana e dell’onore nel processo unitario. La nazione vista come famiglia, dove l’etnia – in un senso che, dopo il Novecento, è stato inquinato da eventi che nulla hanno a che vedere con le vicende di un secolo prima – è il collante di ‘popoli diversi’ sparsi sull’intera penisola. Lingua, certo, ma non meno del sangue. Banti ne vede un esempio chiaro perfino nel ‘best seller’ della letteratura risorgimentale, quel libro Cuore che formò, a partire dalla fine dell’Ottocento, intere generazioni di italiani. In una pagina di quel diario vergata dal padre del protagonista si può leggere:«Perché amo l’Italia? Non ti si son presentati subito cento risposte? Io amo l’Italia perché mia madre è italiana, perché il sangue che mi scorre nelle vene è italiano, perché è italiana la terra dove son sepolti i morti che mia madre piange e che mio padre venera, perché la città dove sono nato, la lingua che parlo, i libri che m’educano, perché mio fratello, mia sorella, i miei compagni, e il grande popolo in mezzo a cui vivo, e la bella natura che mi circonda, e tutto ciò che vedo, che amo, che studio, che ammiro, è italiano».

Commetteremmo un errore – secondo Banti – se dessimo a queste parole significati che sono, invece, ‘postumi’. Ma è indubbio che questa visione della ‘patria’ venne superata già alla fine di quel secolo, quantunque Banti creda, invece, di no. Venne superata – tranne forse che nel propagandismo politico – perché l’Italia conobbe una reazione fortissima al positivismo, che invece si prestata a sostegno di queste tesi – o almeno ad una loro mite accettazione. E ‘natura’, in un autore come Giovanni Gentile (1875-1944), non ha più il senso ‘naturalistico’ che, tuttavia, Banti vi ha colto. Natura diventa il pre-supposto della mia esistenza: è la lingua, perfino la storia nella quale io sono immerso sin dalla nascita, ma che ancora vedo come qualcosa di esterno a me, un limite alla mia libertà. Questi nostri valori – non solo quelli morali, ma anche costituzionali – sono una imposizione per chi non li sente propri.

Qui è evidente l’analogia coi problemi a cui Fini ha dato una risposta forse un po’ troppo sbrigativa. Nel suo videomessaggio di venerdì, Fini ha citato Renan (1823-92):«La nazione è il plebiscito di ogni giorno». Un cambiamento in senso volontaristico, ma che non dissipa i dubbi sulla nuova cittadinanza proposta dall’attuale presidente della Camera.

Perché il problema del battesimo civile si pone davvero, ma la politica fino ad oggi lo ha affrontato in modo assai ondivago. Fini stesso (e tanti altri con lui) hanno citato la produttività economica degli immigrati per qualificarne, in un certo senso, la loro presenza nel futuro della nazione. Ma c’è da chiedersi: perché la nazione di censo sia da preferire ad una di etnia? Quello che oggi, dopo il nazionalsocialismo, può sembrarci obbrobrioso, prima di esso era da preferire a quella visione statica, retrograda di nazione, che chiamava alle urne solo il 2,5 % della popolazione. Perché se è la produttività che fa un cittadino, altre domande sono da porsi: quanto si deve produrre per esserlo? E chi non produce? Karl Marx, allora, non avrebbe torto a pensare il concetto di nazione come esempio dell’ideologia borghese – ammesso che ne avesse negli anni in cui il liberalismo ‘storico’ (e un po’ anglosassone) si declinava secondo gli usi e i costumi della morente borghesia dell’epoca.

Ci può essere una nuova visione della Patria? Padre non è solo chi genera alla vita, ma chi impronta un’esistenza. Seppur importanti, i legami di sangue non sono decisivi. E neppure il suolo lo è. Lo è, invece, l’educazione: la storia che si fa vita nel farsi speranza. Ma l’educazione – non nascondiamocelo – impone la chiarezza dei ruoli: chi educa e chi è educato.

Oggi pare che né la scuola – quale migliore lavatrice civile conosciamo? – né la politica abbiano in sé la giusta ‘fede’ da trasmettere all’altro. Chi non canta l’inno nazionale, ritenendolo un canto di asservimento, può poi insegnarlo agli altri? Chi rinnega la Patria attuale, può trasmettere quella che verrà?


Pubblicato il 20 novembre 2010 su www.cataniapolitica.it

23 novembre 2010

CHE MALE C'è? C'è, C'è!


di Antonio G. Pesce- «Che male c’è?» si è sentito rispondere Travaglio, l’altra sera ad Annozero, dal ministro Bondi. È difficile immaginare risposta più spiazzante, preceduta dalla più candida delle ammissioni. Al responsabile del dicastero alla cultura (MiBAC) era stato chiesto se fosse vero che il figlio della compagna, deputata Pdl, avesse un contratto col ministero.

La replica, quasi sdegnata, di Bondi seguiva, del resto, le dichiarazioni di Manuale Repetti, la mamma del giovane: «Resta dunque il fatto, e l’unico che conta, che mio figlio – ha affermato – non ha alcun contratto col ministero della Cultura. È un ragazzo come tanti altri che, in attesa di laurearsi a breve, sta lavorando con un semplice contratto a tempo determinato per mantenersi gli studi. Si vergognino dunque tutti quei personaggi da quattro soldi che strumentalizzano anche fatti non veri per meschini fini politici».

Puntualizzato che il contratto il giovane ce l’ha con il Centro Sperimentale di Cinematografia, col quale il ministero stipula convenzioni per farsi supportare nel lavoro – «con le difficoltà di personale che abbiamo non ce la facciamo», ha dichiarato il direttore generale del MiBAC Nicola Borrelli – qui che non si vede l’ombra di uomini politici da quattro soldi possiamo indignarci?

I finiani non gli voteranno la sfiducia, presentata dall’opposizione per i ben noti fatti di Pompei – è notizia di ieri. Del resto, anche loro hanno avuto problemi con rampolli di alta genealogia. Ma chi il pedigree non ce l’ha di lusso, e i santi protettori più che in parlamento siedono attorno al Trono dell’Altissimo, avrà il diritto di sentire un moto di rabbia salirgli su, come caponata indigesta, dalle viscere dello stomaco? Oltre ad avere incancrenito una nazione, vogliono farci ammalare il fegato?

C’è di male che in questo Paese, se vuoi mantenerti agli studi, devi ricorrere alle finanze della famiglia di origine, o andare per una ventina di euro a servire nei pub – se ti va bene. Le borse di studio – tagliate! – sono solo per chi non supera le soglie massime di povertà.

C’è di male che, nonostante lauree, specializzazioni e dottorati, rimani disoccupato per anni, con nemmeno la consolazione di un ‘contrattino’ per sbarcare il lunario.

C’è di male che in questo Paese la ricerca universitaria è a carico delle famiglie: anni e anni di precariato, per avere infine un paio di mosche in mano.

C’è di male, infine, che se sei archeologo (ovviamente a tempo determinato) vieni pagato quattro volte meno un commesso della Camera; se sei ordinario all’università, tre volte meno di un Parlamentare; se sei professore precario nella scuola, ti fai mille chilometri di distanza solo per muoverti in una asfittica graduatoria. Sempre che frattanto una maestrina di legge, abilitatasi alla professione forense nel deprecato sud, non t’abbia stroncato ogni speranza di campare col frutto di almeno sette anni di duri sacrifici.

«Che male c’è»? C’è di male che questo Paese sa indignarsi collettivamente solo per lo sculettamento di Ruby e sventurate varie e non per la sfacciataggine dei detentori del potere.


Pubblicato il 19 novembre 2010 su www.cataniapolitica.it

22 novembre 2010

LA FORTE FEDE NEL PENSIERO DEBOLE


Dario Antiseri – Gianni Vattimo, Ragione filosofica e fede religiosa nell’età postmoderna, Rubbettino, Soveria Mannelli 2008, pp. VI-70.


Il testo riproduce le relazioni tenute dai due autori alla LUISS nell’ottobre del 2007, precedute da un’introduzione di Corrado Ocone, secondo il quale ‹‹quello tra Gianni Vattimo e Dario Antiseri è un incontro-scontro … che a noi sembra adempiere perfettamente alla chiarificazione di idee che agitano su tematiche “essenziali” i nostri giorni – una chiarificazione che è il presupposto imprescindibile per operare con discernimento etico, cioè in modo responsabile, nella società››. E infatti, già dai titoli dati agli interventi - Una bioetica post-moderna, quello di Vattimo; Pensiero debole, ragione filosofica e spazio della fede, quello di Antiseri – si intuisce che in ballo c’è la riflessione intorno a questioni troppo spesso urlate dai giornali e oggetto di contrapposizioni standardizzate dall’ideologia, ma che vengono riprese in questo ‹‹incontro-scontro›› per essere ri-consegnati all’auditore arricchite dalla complessità più del metodo che non del risultato.

Una bioetica post-metafisica, dunque. Ma perché proprio post-metafisica? Con uno stile che risente della natura colloquiale dell’incontro, Vattimo afferma di avercela ‹‹a morte con la metafisica››, come del resto Heidegger , definito dal filosofo torinese un suo ‹‹grande maestro››. È stato proprio Heidegger a compiere il grande capovolgimento di prospettiva, pensando l’essere come evento in opere quali Contributi alla filosofia. Dall’evento: ‹‹Se l’essere è evento – dice Vattimo – ciò che ascoltiamo per capire come vivere al mondo sono gli eventi, cioè l’essere nella sua datità, nel suo darsi di volta in volta diverso nelle epoche, nei paradigmi, nelle aperture storiche››. Dunque, un essere che si dà, e che si dà di volta in volta, nelle varie epoche che si susseguono. Si capisce come questo modo di intendere l’essere sia ben diverso, per esempio, dalla metafisica di Platone che ‹‹dà luogo alla costruzione di un ordine sociale determinato››, dal momento che ‹‹l’essere e l’essenze sono definibili una volta per tutte››. Ma questa univoca e definitiva unità non è più pensabile: ‹‹Se Dio è morto, come afferma Nietzsche, a morire è soprattutto la pretesa di pensare una unità della verità››. La tradizione, allora, è l’orizzonte entro cui si staglia la nostra comprensione dell’essere, anche se, come dice lo stesso Vattimo, all’interno di questa possiamo ‹‹articolare diversi fili conduttori››: ecco quel che intende l’autore con l’espressione ‹‹tradizionalisti multiculturali››. Ora, dal momento che la tradizione è ‹‹tutto questo insieme di cose››, come scegliamo la condotta da seguire nel relazionarci con gli altri? Non certo ‹‹in base al criterio della verità assoluta››, ma secondo carità: ‹‹scelgo soprattutto quelle interpretazioni e quelle soluzioni che mi permettono di guardare l’altro senza vergognarmi››.

Questo in soldoni il pensiero debole, o meglio il pensiero dei deboli – come viene ribattezzato da Vattimo: un pensiero speculativo ed etico post-metafisico, dunque privo di norme, ma non per questo non normativo, anzi: possiamo sperimentare una normatività contrattuale, che nasce proprio dal fatto che ‹‹l’unica verità della verità è questa mia presentabilità al mio prossimo››. Questa carità non è un fondamento, tant’è che non ci dona un mondo univoco: amare l’altroaltro vuole essere eutanasizzato perché ha perso l’amore per la vita, il mio amore per lui mi deve spingere a farglielo riconquistare. significa amare la sua anima, cioè la sua libertà, e quando questo Ma, infine, non ho altra scelta che accettare la sua libertà, la quale nei casi di eutanasia si può ‹‹intendere anche come principio del consenso informato da parte dell’interessato o dei suoi tutori naturali››.

Questo pensiero, però, così debole da non essere fondativo, non lo è poi davanti al mistero della fede che cerca di piegare a se stesso: ecco l’obiezione che Antiseri prepara nella sua lunga parte, e che muove solo dopo aver mostrato, invece, i meriti del pensiero vattimiano. Antiseri già nel 1993, con un corposo saggio dal titolo Le ragioni del pensiero debole (ed. Borla, 2° ed. 1995) aveva riconosciuto a Vattimo il merito di aver riguadagnato al pensiero occidentale la contingenza dell’esperienza umana, e con essa i limiti della ragione umana, la quale aveva costruito durante il corso degli ultimi due secoli degli assoluti terrestri, che avevano emarginato la fede e tentato addirittura di cancellarla. La critica della ragione operata da Montaigne, Pascal e Kant ha aperto nuovi spazi alla religione, e questa debolezza del pensiero non è per nulla un focolaio di antireligiosità, come del resto aveva capito il vescovo Pierre-Daniel Huet, che nel suo Trattato sulla debolezza del pensiero, datato 1724, dopo essere stato un fervente cartesiano, affermava che non la limitata ragione umana, ma la fede ci dà una conoscenza certa. Si chiede allora Antiseri: ‹‹Erano nel torto pensatori quali Montaigne, Charron, Pascal e Huet? Non è il caso oggi di rifarsi a questa tradizione e affermare con tutta franchezza e onestà che la tradizione fondazionalista, nonostante i suoi meriti, appare in tutta la sua debolezza, rintanata in “nicchie ecologiche” protette?››, e cita il Karl Rahner di Fatica di credere che dà il benservito alla filosofia e alla teologia neoscolastica, anche sulla scorta dell’autorità del Concilio Vaticano II (che lo pensi Rahner è vero, che lo pensassero i Padri Conciliari è cosa ben diversa – basta vedere quale sia il teologo più citato nei documenti dell’assise conciliare per rendersi conto del contrario).

Insomma, la debolezza gnoseologica porta al crollo delle grandi illusioni, non già ai fondamenti della fede, che stanno ben oltre quelli issabili dalla ragione umana. E appunto per questo, Antiseri non accetta le modalità di apertura alla religione del Vattimo di Credere di credere, soprattutto quelle relative al cattolicesimo. Vattimo giunge al cattolicesimo perché è un “essere tradizionale”: egli è stato gettato qui, in questa condizione, e in questa condizione e in questo orizzonte egli non può non pensarsi cristiano. Meglio: non può non pensare cristianamente. Perché ‹‹esistere vuol dire stare in rapporto a un mondo: ma tale rapporto è insieme condizionato e reso possibile dal fatto che si “dispone” di un linguaggio … l’ermeneutica insiste sulla radicale storicità dei linguaggi››. Ovviamente, essere cristiano – cattolico - vuol dire, in questo senso, abbracciare una civiltà più che una fede; la croce, ma non il Crocifisso; una visione del mondo, uno stile di vita, ma non già un altro mondo, un’altra vita. Un ateo devoto – devoto a quel cattolicesimo ridotto alle dimensioni dell’epoca che viviamo. Ma - si chiede ancora Antiseri, ed è forse la critica a cui il noto epistemologo tiene di più, sicuramente la più profonda – si può credere a Gesù per il discorso della Montagna, e non credergli quando si proclama Figlio di Dio, ed Egli stesso Dio? Vattimo non vuole accettare contenuti irrazionali, ma non vede che, secondo la ragione, è scandalo per i Giudei e follia per i pagani questo Cristo che muore in croce per la redenzione dei nostri peccati e che, dopo tre giorni, resuscita promettendo la vita eterna? Si può accettare il Vangelo, purgandolo di quei passi che turbarono le coscienze già dei primi suoi lettori? Questo Gesù non è venuto solo a dirci come vivere, ma a dirci pure che la vita ha un senso: Vattimo rifiuta ‹‹l’idea bonhoefferiana del Dio “tappabuchi”, per la quale la via della ragione a Dio è la via dello scacco e del fallimento››, ma Antiseri commenta che non deve affatto scandalizzare un ‹‹Dio “tappabuchi”, se il buco da tappare è il senso della vita umana, il senso della sofferenza, della sofferenza innocente, della sofferenza dei bambini››. La via che porta a Dio, per Antiseri, è proprio quella del fallimento: di vitelli d’oro che si liquefanno come le ideologie che li avevano forgiati.

Insomma, mentre per Vattimo ‹‹ascoltare le parole del Vangelo, anche quelle più paradossali›› non richiede ‹‹il salto e infine una sorta di accettazione “irrazionale” dell’autorità››, per Antiseri è proprio il salto della fede che è necessario: ‹‹un uomo che si proclama figlio di Dio e Dio egli stesso; un Dio che muore sulla croce non sono “teoremi razionali”. Accettare che quel figlio del falegname, quell’uomo ora appeso sulla croce sia Dio è solo frutto della fede, esito di una scelta a parte hominis… e di un dono, della grazia, a parte Dei. Il salto e la grazia restano, dunque, gli ingredienti necessari della fede. E, quindi, ancora Pascal; e ancora Kierkegaard››.

Un dialogo che tocca nervi scoperti della nostra civiltà, e non solo per quanto riguarda la convivenza di soggetti in un spazio pubblico, ma anche, e diremmo soprattutto, per quanto riguarda gli aspetti più teoretici del discorso affrontato. Innanzi tutto, la critica delle capacità fondative della ragione non porta, di per sé, all’umiltà dell’individuo. Ne è dimostrazione Vattimo, che pensa minimalisticamente tranne quando si tratta di affrontare il problema del mistero della fede. Ma c’è da chiedere se sia possibile pensare, presupporre alle diverse aperture storiche, una apertura totale, o meglio pensare le aperture storiche come semplici squarci su un velo che copre all’uomo in quanto uomo – e non già ai figli della Chiesa innanzi al trono dell’Altissimo – la visione totale (sincronica) della verità dell’essere. Forse sì, e allora Antiseri avrebbe tutte le ragioni di concordare con Vattimo. Il problema è la conoscenza che ha l’uomo dell’essere o non è, piuttosto, l’essere stesso ad essere problema sempre chiarificantesi nella storia? Abbiamo ragione di credere che anche questa domanda non colga nel segno. E allora chiediamoci, indugiando sulla metafora, se Antiseri possa mai accettare che la risposta storica non sia altro che l’eco della domanda condizionata ontologicamente dalla propria storicità, e che oltre questa eco non sia dato alcunché, o se possa mai accettare che l’orizzonte non sia il limite dell’occhio umano collocato in una determinata posizione, bensì la vista stessa dell’uomo. Non credo. E allora non con Vattimo, ma è con Heidegger che vanno fatti i conti.


Antonio G. Pesce

Pubblicata in

QuaderniLEIF, Anno IV, n.5 gennaio-giugno 2010, pp.99-102.

New Energy e Enerplus: se in Sicilia manca il sole


di Antonio G. Pesce- Sarà che l’energia che dovevano produrre era troppo pulita per le nostre parti. Intanto, però, la Regione Sicilia dovrà risarcire due aziende –l’ultimo caso e di qualche giorno fa – per aver concesso le dovute autorizzazioni in ritardo, facendo così perdere loro decine di milioni di euro di sovvenzionamenti europei. Dinieghi rivelatisi infondati nelle aule dei tribunali.

Soldi che non entrano, soldi che escono, e lavoro che non si produce. Un esempio più lampante del malgoverno siciliano non c’è, mentre troppo lontana pare la redenzione promessa dalla nuova orchestra messa in piedi a suon di slogan a Palazzo d’Orleans.

Un istante, però, fermiamoci ai simboli. Dati quelli banali dei partiti, magari il politicante che in questa terra ci sta perché ha un seggio (e intanto culla la speranza di poggiare le sue regali chiappe in quelli più alti di Roma), non ci arriva a capire. Ma i simboli sono importanti.

Le due aziende, la New Energy e la Enerplus, dovevano produrre, rispettivamente, energia dalle biomasse e dal sole. Cioè due cose che qui da noi abbondano: scarti agricoli di stanza nelle nostre colline e buon tempo che brilla nove mesi l’anno (per dire solo degli anni in cui è sfaticato). Quel che abbiamo allo stato attuale è una vicenda imbarazzante, se rimane un briciolo di pudore – quel briciolo che servirà a presentarsi col caffè in mano alle prossime elezioni. Quel che avremo, invece, è una perdita di decine e decine di milioni di euro: i contributi europei non spesi perché persi frattanto nel contenzioso con la burocrazia, e quelli del risarcimento che sono del contribuente siculo. E rischiamo pure posti di lavoro, se i progetti non andranno avanti.

Di tutto questo, a Palermo (non la bellissima Palermo città, quella da vivere, ma quella ‘Palermo politica’ da dimenticare), non arriva eco. Sono troppo immersi nella costruzione del terzo polo, che qui rischia di essere l’ennesima cattedrale nel deserto del buonsenso. Nessuno si aspetta che il bravo presidente Lombardo, «il più amato tra i presidenti di regione», e il novello Quartetto messo su da Palermo a Roma facciano il lavoro da impiegati. Il problema è che gli uffici rimangono sempre gli stessi, i capiufficio ricevono magari il premio di produttività, e l’alta politica sperimenta alchimie governative, quando basterebbe la chimica – la semplice chimica – prodotta dalla nostra esistenza e ricevuta in dono dalla vita.

Con questi simboli la politica isolana, e quella nazionale che qui si prova in ardui arzigogoli politologici (magari per poi andare al nord a parlar male della classe dirigente del sud), devono misurarsi. Non basta dire quel che c’è da fare: è giunto il momento di dire come farlo. Gli Stati prosperi sono quelli che funzionano. Nella selva di palazzi (con annessi luoghi di svago per il personale) che compongono la struttura pachidermica della Regione si annidano le clientele, messe lì da alcuni e non smosse per compiacenza di altri.

Piuttosto che dirci come essere alternativi a Berlusconi, Lombardo e gli altri ci dicano come la “loro” Sicilia possa essere alternativa a quella del malcostume imperante. Di altre Sicilie, ancorché imbellettate da operazioni di “ampio respiro” (mediatico), davvero non se ne capisce l’impellenza.


Pubblicato il 17 novembre 2010 su www.cataniapolitica.it

DOV'ERA LA 'MEGLIO ITALIA'?


di Antonio G. Pesce- Bisognerebbe evitare di scandalizzare i “più piccoli”. Di belle anime ce ne sono poche in giro oramai. E così, ha davvero esagerato qualcuno nelle scorse settimane, perfino da queste colonne: c’è un’Italia pura e casta che non va derisa. Soprattutto perché è l’Italia migliore, ‹‹la meglio Italia››, quella che ha tutti i titoli per rappresentarci in Europa. Che sa indignarsi e tenera alta la bandiera della moralità in un Paese dove la prima regola è la purezza in spirito. La seconda quella delle mutande.

L’Europa – non tutta, ma una sua buona rappresentanza – si è data appuntamento negli scorsi giorni a Catania. Si è discusso di logica, religione, filosofia e – manco a farlo apposta – di morale anche se nella Francia del XVII secolo. Ben sapendo che alle gesta di Arnould, Pascal e Nicole – tutti filosofi, lasciateli perdere! – si preferiscono le analisi dettagliate della prostata del nostro signor presidente del consiglio, non mi dilungherò oltre nel dire che, davanti allo sfascio dell’università, Catania si è imposta come la seconda patria di Port Royal.

Racconterò, invece, di un momento di riposo, di banchetto, a lavori sospesi. Cioè qualcosa di assai congeniale al nostro attuale stato di evoluzione civile. Uno stile che accomuna tutti, perché la passione politica, se accompagnata da una bella grigliata e un bicchiere di vino, e magari da un paio di cretini che urlano da un palco, sa farsi coraggio e impegno per un nuovo rinascimento nazionale.

Ai francesi di buongusto non è concesso far conversazione sui sollazzi presidenziali (anche perché anche loro sono messi male), e dunque quando si faceva campanello attorno ad uno tra i tanti studiosi in vista, si discuteva di questioni un po’ più frivole di quelle che leggiamo sui giornali, ad esempio che cosa si faccia nella vita per produrre cultura, scienza e magari per campare. L’incauta italiana, collega di chi scrive, ha avuto l’insana veridicità di raccontare quante ore possa dedicare alla ricerca e che cosa faccia per arrivare alla fine del mese. In poche parole: dopo quattro anni di università, due di specializzazione all’insegnamento, tre di dottorato di ricerca, la collega lavora in una scuola privata che, diversamente da quanto abbia pensato in un primo momento la signora D., non ha nulla a che vedere con le paritarie francesi: qui si lavora solo per il punteggio (chi lavora, ovviamente, perché c’è chi non ha neppure questa possibilità) e per cinque-dico-cinque euro all’ora. Se si andasse a servizio in casa altrui se ne otterrebbero il doppio. Inoltre, la possibilità di avere una cattedra nella pubblica è diventato impossibile, ed avere un assegno di ricerca una chimera.

L’amor di Patria impedisce di dar conto di come abbiano commentato i filosofi francesi presenti a Catania. Certo, non si tratta dell’Economist o di Le Monde, ma la loro opinione è molto più sincera perché non dettata da particolari interessi politici. E a qualcuno sarà venuto il dubbio che chi sta in alto non faccia altro, non può far altro che essere quell’italiano che rappresenta (almeno in larga parte).

Adesso però che è chiaro cosa pensi dell’Italia chi, pregiudizievolmente, non le è ostile, sarebbe opportuno sapere dove fosse la ‹‹meglio Italia›› – quella di una certa età, perché quella che poppa latte ancora oggi non fa testo – quando la situazione ci è scappata di mano. Dov’erano Repubblica, l’Espresso, Padellaro, Colombo, la sinistra, la destra à la page di Fini (che nel manifesto di Perugia la scuola e l’università manco li nomina) e compagnia bella? E ci volevano le televisioni di Berlusconi per far capire alle ragazzine, che già da piccoline hanno come bàlia uno schermo, avendo i genitori troppo impegnati ad occuparsi della morale altrui, che è meglio dare il deretano ad altri che non alla sedia della scrivania?

Eravamo un Paese civile. Non lo siamo più. Chiediamoci come e perché ciò sia accaduto, e come evitare il passo successivo verso il baratro. Ruby Rubacuori può attendere.


Pubblicato l'11 novembre 2010 su www.cataniapolitica.it

19 novembre 2010

SAVIANO, VIENI VIA DA Lì


di Antonio G. Pesce- La seconda puntata di “Vieni via con me”, il programma di Fazio e Saviano, è andata in onda. Per fortuna. Le avvisaglie dicevano altro, con Masi pronto a censurare perfino l’idea di un giovane di appena trent’anni, tanto coraggioso da sfidare la peggiore mafia nazionale, ma non il conformismo dilagante nel mondo della cultura – se ancora di cultura si tratta – e dei benpensanti italioti.

È andata bene soprattutto per chi non c’era. Un’accozzaglia di ricordi in salsa politica, dove l’unica cosa seria, su cui valesse la pena meditare, erano proprio i monologhi di Saviano, per quanto in alcuni casi si sia trattato di riproposte – giusto, tuttavia, raggiungere il grande pubblico che sa indignarsi solo davanti al plasma del salotto.

Che però non si tratti di un programma d’intrattenimento ma di uno ci carattere squisitamente politico, contrariamente a quanto affermato da Mazzetti – il signore del filo spinato di RaiPerUnaNotte, che da quel che dice dietro il filo spinato ci metterebbe quelli che reputa il male assoluto – che si tratti di un programma di natura politica non c’è alcun dubbio. Siamo un Paese di gente tanto impegnata, che ormai sfotte i Tg quando si occupano di costume, malignando sulla ‘linea’ che potrebbero esserci dietro la scelta editoriale. Siamo quelli che pensano che il Grande Fratello e reality vari non siano dettati dal gusto di una grande parte della nazione (tra le cui pieghe si annidano i figli e i fratelli che abbiamo sbagliato ad educare) andata in malora per le scelte culturali (sconsiderate) dei novelli censori quando avevano ancora la smania della rivoluzione. Siamo un popolo che l’intrattenimento lo ha sempre snobbato in pubblico e coltivato nel privato, e che oggi lo identifica immediatamente con l’ottundimento della Spectre berlusconiana. Siamo sicuri che non convenga, a questo punto, l’etichetta politica?

Anche perché, proprio per chi non vive la mediaticità retorica della condizione attuale, la puntata di ieri sera sarebbe innocua. Tanto rumore politico per un nulla ideale. Un palcoscenico offerto ai due grandi oppositori del Tiranno d’Arcore: l’ex camerata Fini, nel giorno in cui i suoi caporali lasciano la terra del padre padrone per recarsi verso quella promessa dal sol dell’avvenire (con alla testa della colonna sempre e comunque un duce); e il compagno Bersani, nel giorno in cui la miopia del suo partito, dilaniato da lotte intestine, non si accorge di essere stato attaccato dalla ruggine vendoliana.

Quale sostanza, però, dietro due belle statuine che declamano versi politically correct? Nessuna. Un’operazione politica già datata – quella di dicotomizzare il cervello italiano – già quando alle scuole medie cantare l’inno nazionale era ritenuto un gesto “fascista”. Si era nel 1990, Ciampi non era ancora al Quirinale, Cossiga rischiava l’atto d’accusa dal Pci che la verità non voleva sentirsela dire, e chi cercava una politica sociale ricorreva al fascismo o al comunismo. Tutti dimentichi che la libertà il nostro Paese l’aveva avuta dal popolarismo cattolico di Sturzo e De Gasperi: né da Giorgio Almirante né da Palmiro Togliatti.

Un’operazione politica, oltre che datata, illiberale e scorretta. E per cosa poi? Per una lista di pensierini da Baci Perugina, servita dalle vecchie facce dell’Italia che non va. Di chi c’è stato in questi vent’anni, ed ora finge di essere stato altrove. Magari nell’Iperuranio di platonica memoria…

Speriamo, almeno, che non sia stato Roberto Saviano a scrivere quelle pappardelle senza capo né coda. Quegli atti di accusa che, mentre sembrano lusingare chi le legge, in fondo lo inchiodano alle sue responsabilità nel crollo morale della nazione. Speriamo non sia stato questo giovane scrittore, che ha saputo affrontare la paura della morte, colui che ha messo in piedi questo carrozzone di conformismo parolaio, nel quale per due ore filate un po’ di gente si crede impegnata civilmente e culturalmente nella redenzione messianica di quel Paese contro cui lavora, scrive, pensa e studia ogni giorno. Speriamo che la speranza del giornalismo italiano non sia morta prima ancora di aver potuto dare prova di sé. Ci vuole molto coraggio per affrontare la morte. Molta di più per non scodinzolare davanti alla massa uniforme del moralismo nostrano. Montanelli e Longanesi ci provarono. L’uno è stato gambizzato, riabilitato solo nel ’94 in veste antiberlusconiana. L’altro addirittura è stato dimenticato.

Saviano è giovane, è bravo, è coraggioso. Sia anche imprudente, perché la vera imprudenza, in Italia, è la solitudine.



Pubblicato il 16 novembre 2010 su www.cataniapolitica.it

18 novembre 2010

CHI 'ELENCA' I VALORI POPOLARI?


Mia lettera ad Avvenire del 18 novembre 2010 con la relativa risposta del direttore, Marco Tarquinio. Una "egemonia" culturale non-cattolica in Italia?



Caro direttore,
non sono passate molte settimane da quando essere cattolici, in questo Paese, significava invadere la sfera pubblica del­la grande 'narrazione' laicista, violan­done il primo comandamento per cui non avremmo dovuto avere altro dio che lo Stato – intendendo quest’ultimo come l’accozzaglia di apparati di potere cri­stallizzati nel loro interno equilibrio (dunque, nulla che abbia a che vedere col popolo sovrano e con la partecipa­zione, la quale, semmai, mette in crisi qualsiasi 'narrazione' – clericale certo, ma anche laicista – dei valori comunita­ri trascendenti, quelli espressi dalle per­sone che concretamente vivono la so­cietà). Oggi, invece, riscontriamo una simpatia che mai ci saremmo potuti a­spettare fino a non molto tempo fa, e che arriva da concittadini – Nichi Vendola e Benedetto Della Vedova – che si accor­gono che il sale cattolico non fa male al­la democrazia (anzi), solo da quando l’o­dore delle elezioni politiche si è fatto as­sai prossimo alle loro narici. Eppure pro­prio da loro, che in anni passati hanno dimostrato cattivo gusto nel condire la pietanza della politica nazionale, ci arri­va la richiesta (troppo assillante per non essere interessata, e a tratti pure inso­lente) di assaggiare le loro scipite mine­stre: la ricchezza del banchetto sociale cristiano, con tutti i suoi sapori – una gamma che va dal primo concepimen­to all’ultimo istante di vita, passando per la cultura, l’istruzione, il lavoro, la finan­za, ecc – è svilito e ridotto a poltiglia. Che ci sia un’operazione totalitaria dietro, tuttavia, è fuor di dubbio: o la minestra o la finestra. Lo vediamo da come si trat­ta la storia di questa nostro sfortunato Paese. Ieri erano Pio XI e la Chiesa a es­sere accusati di scarsa attenzione per la deriva razzista del 1938 (è necessario ri­cordare meglio l’accusa e l’accusatore, tal Fini?), e oggi, addirittura, scopriamo in diretta televisiva (da Fazio & Saviano) che il popolarismo cattolico non ha mai avuto un ruolo nello sviluppo dell’Italia, e dunque non ha valori da 'elencare' nei varietà Rai. Non sarebbe ora che i nostri zelanti e moderni concittadini ri­cordino che Pio XI non ha mai fucilato nessun antifascista né firmato articoli pseudoscientifici, e che è De Gasperi (il popolarismo sturziano, per intenderci) ad aver dato all’Italia l’unico sbocco dav­vero europeo, che non sia imputridito nella miseria civile ed economica del
blocco di Varsavia?

Antonio G. Pesce
Motta S. Anastasia (Catania)




Non è questione di settima­ne e neppure di anni, gen­tile dottor Pesce e cari a­mici che tra ieri e oggi avete scrit­to e ragionato in questa pagina. C’è un tempo che sembra non passare mai, anche in certa tv di successo: lenta e inesorabile come la vene­razione per i santoni di turno che mette in scena e manda in onda. È il tempo del fastidio iper-statalista e anti-cattolico. Un tempo che pur­troppo abbiamo imparato a cono­scere, che non ci sorprende né sgo­menta.
Ma noi cattolici che allo Stato unitario guardiamo laica­mente davvero e che nel nome e nella pratica di una positiva laicità abbiamo contribuito a ricostruirlo (nel coniugare al plurale, m’inor­goglisco del gran contributo costi­tuente e politico dei popolari e dei democratici cristiani), noi cattoli­ci che crediamo sul serio al ruolo della società civile (e non certo per­ché è l’ultima scoperta di un poli­tologo d’Oltremanica), noi cattoli­ci che siamo consapevoli della no­stra fede e della nostra cultura e, dunque, abbiamo profondo ri­spetto per tutti e soggezione verso nessuno, noi disarmati cattolici sappiamo a quali valori guardare e da chi guardarci. Anche se qualche volta, come annota amaro nella sua lettera il signor De Angelis, non u­siamo bene il telecomando...
Non bastano, insomma, un paio di cita­zioni suggestive e apparentemen­te concilianti – siano di Vendola, di Della Vedova o di chiunque altro – a emozionarci e convincerci. Men­tre bastano (e avanzano) per non
farci incantare, né usare in giochi di propaganda e di potere, certi rei­terati colpi bassi: da quelli della Tv Faziosa a quello – clamoroso e in­sensato, come ricorda Pesce – che l’attuale presidente della Camera sferrò contro la Chiesa e contro Pio XI, il Papa della 'Mit Brennender Sorge'. Si sa: gli alberi si ricono­scono dai frutti che danno, ma i ge­sti e le parole di chi li pianta pesa­no, eccome. L’Italia civile e degna di spazio e a­scolti sarebbe, dunque, quella che anela alla 'conquista' dell’euta­nasia, quella di Fazio & Saviano, di Fini & Bersani, di Englaro & Welby?
Questo stucchevole gioco delle coppie può illustrare l’immagine mediatica dei sogni (e degli incu­bi) del Paese, ma non l’esaurisce e soprattutto la deforma. C’è tutta un’altra Italia, che la tv (anche la tv che è servizio pubblico) snobba e per la quale non ci sono le tribune delle proclamate trasmissioni in­telligenti e neppure di divanetti dei pomeriggi chiacchieroni. È un’Ita­lia che fa famiglia, che lavora e che resiste, che ha il senso della co­munità e tiene la persona al primo posto, che sta coi suoi malati e i suoi anziani. E, guarda caso, è un’I­talia che quasi sempre crede in Ge­sù Cristo, ed è Chiesa. Sorride e lot­ta, amando la vita, ogni piccola e grande vita di donna e d’uomo. Noi la conosciamo bene. Certa tv non la vede e non le dà voce? Diciamo­lo forte e ripaghiamola a dovere. È come per il voto: scegliamo noi, non solo i signori delle liste e i bu­rattinai degli 'elenchi'.

Marco Tarquinio

17 novembre 2010

LA QUESTIONE CATTOLICA DI FINI


di Antonio G. Pesce- L’opinione pubblica cattolica è in fermento. E, da quel che pare, anche le gerarchie, che non trovano più nel panorama politico italiano l’uomo di riferimento. E se Berlusconi mette in imbarazzo per la condotta personale non molto “consona” al profilo istituzionale e culturale ricercato dai vescovi, Gianfranco Fini ha deluso molte delle aspettative che su di lui si erano concentrate per circa un decennio, dalla metà degli anni ’90 a quella del decennio successivo, quando il Cavaliere di Arcore, a causa di alcune sue uscite più “libertarie” che liberali, non riscuoteva le simpatie cattoliche.

Oggi non è più così. La ‘destra europea’ di Della Vedova, Granata e Campi non piace sotto il Cupolone e neppure nelle sacrestie d’Italia. Il che è peggio, perché in quelle sacrestie che non sono più soltanto luoghi dello spazio, ma anche dell’intelletto, cartacee ed ormai soprattutto telematiche – il mondo cattolico si è gettato a capofitto nel mondo di Internet, invadendolo di migliaia di siti, forum, giornali online – passa l’opinione organizzata di centinaia di migliaia di voti. E se questi sono i gruppi più distanti (e avversi) dal libertarismo finiano, pronti a turarsi il naso e votare ancora un Pdl a guida non molto casta, ma dai toni meno laicizzanti, o ricorrendo all’Udc, almeno fino a quando nel Partito della Nazione di Casini continuerà a trovare rappresentanza la sensibilità cattolica, quelli più aperti alla negoziazione, perfino su valori ritenuti dalla gerarchia fondanti, non accettano tuttavia il ricorso continuo a toni da deriva laicista, che sembra più voler tacitare che non spronare al dialogo il mondo cattolico.

Una deriva che potrebbe costare molto. Soprattutto ad un partito che non ha ancora chiara la propria collocazione pubblica: quale società (fetta di società) rappresentare? Quali valori? Aspettando che Saviano chiarisca le idee al capo, i finiani sono corsi ai ripari, cercando di limitare la fuga dell’elettorato cattolico vicino storicamente alla destra missina. Così, nei giorni scorsi, sia Urso che Bocchino si erano richiamati ai moniti della Chiesa sulla questione sociale e gli immigrati. E se non stupisce che a farlo sia il napoletano, già editore di una rivista, i Conservatori, dalle posizioni assai moderate, è indice invece di una certa paura il fatto che a correre ai ripari sia stato anche il presidente del partito. Urso, infatti, negli anni di An, quando non erano permesse le correnti, aveva organizzato la sua “destra” attorno alla rivista ‘Charta minuta’, le cui posizioni allora mettevano non poco in imbarazzo i compagni di partito, se non più di quanto faccia oggi Della Vedeva, certamente non meno.

E che qualche discorso (pensiamo a quello di Bastia Umbra) si sia spinto ‘oltre’, soprattutto ora che le elezioni son vicine, e che l’elettorato cattolico, facile da stimmatizzare in tempo di mere discussioni, diventa determinante alle urne come ogni altra componente dell’opinione pubblica, lo dimostra la lettera apparsa sabato scorso a firma di Gianfranco Fini sul quotidiano ‘Avvenire’, pensatoio cattolico vicino alla Cei. Nella lettera il presidente della Camera, dopo la lamentela di rito contro il fraintendimento delle sue posizioni, e una analisi sociologica dell’attuale contesto storico non poco problematica (Fini cita globalizzazione e immigrazione quasi a causa dell’insorgere di alcune questioni etiche, tralasciando volutamente di considerare che quelle motivo di tensioni con l’elettorato di stampo cattolico non so portate da fuori, ma nascono dal di dentro delle nostre società), scrive: «Da uomo politico e delle istituzioni ho sempre riconosciuto il valore fondante della famiglia, così come garantita dall’articolo 29 della Costituzione, e mi sono sempre opposto ad ogni ipotesi di parificazione di trattamento tra matrimonio e unioni di fatto, specie di quelle omosessuali. Ma non per questo ritengo giusto, di fronte all’insufficienza di forme ed istituti giuridici, ignorare alcune legittime esigenze che meritano di essere prese in considerazione dal nostro ordinamento in virtù di quella idea di “laicità positiva” intesa come punto di incontro tra diverse concezioni etiche presenti nella società», finendo poi per concedere alla Chiesa cattolica, «per ragioni storiche e per la sua forte e radicata presenza», un ruolo nella discussione.

La risposta di Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, è già tutta nel titolo del suo pezzo: «Parole non convincenti, ma utili», dove il posto dato ai due diversi aggettivi già qualifica la risposta. Tarquinio riconosce a Fini di aver detto parole condivisibili sulla questione sociale inerente i cittadini italiani ed immigrati. Ma è su alcune «rischiose argomentazioni … a proposito di novazioni ordinamentali in materia familiare» che si concentra la preoccupazione cattolica. Dopo aver registrato un certo «ronzio radicaleggiante» dentro Fli – che è poi quello che preoccupa di più, al di là delle particolari uscite di Fini e compagni – Tarquinio scrive chiaramente: «Oggi devo prendere atto di altre importanti affermazioni, in particolare del passaggio in cui lei esclude “ogni ipotesi di parificazione di trattamento tra matrimonio e unioni di fatto, specie di quelle omosessuali”, e di alcune sorprendenti interpretazioni (su cui non qui non mi soffermo). Ma devo soprattutto sottolineare che lei torna a parlare della “insufficienza di forme e istituti giuridici” in materia familiare, evocandone una pluralità che sia specchio di “diverse concezioni etiche”. Temo che la strada sia scivolosa e rischi di finire da un lato nel burrone giuridico dei “matrimoni di serie b” (pacs e dintorni) e dall’altro di sfiorare quello dei “matrimoni a tempo” pure giustificati da qualche etica per noi esotica (nonché dai fautori del divorzio–lampo alla Zapatero). Mi auguro che non sia così, ma questo s’intravvede. Ed è abbastanza.».

Concludendo (e citando Bagnasco) che, se i valori fondanti di uno Stato non sono sempre chiari, non si vede come si possa rispondere «con solidarietà e giustizia a situazioni e sfide emergenti». Su questo aspetto la posizione di Tarquinio è netta: Fini non ha dato «una risposta convincente e chiara». E siamo ancora solo all’inizio.


Pubblicato il 15 novembre 2010 su www.cataniapolitica.it

16 novembre 2010

IL RITORNO DEGLI APPARATI


di Antonio G. Pesce- Peggio della dittatura c’è solo l’oligarchia. Peggio della vanagloria di uno, solo la spocchia di alcuni. Ed è questa breve scala di valori, che qui si offre al lettore senza alcuna presunzione di completezza argomentativa, che dovrebbe indurre a riflettere meglio sull’attuale situazione politica italiana.

Perché oggi, dopo la fine di uno, rischiamo il dominio degli apparati, che non sono i partiti politici, con la loro dialettica interna, le loro benedette correnti che le teste non le spaccano ma – seppur grossolanamente – le contano. Sono gli apparati del partito: l’intellettuale saputello che nessuno si fila, se non nei salotti che fanno opinione pubblica; gli amici del “migliore” di turno; le consorterie economiche e mediatiche che appoggiano (e sorreggono) il potere. Dopo Berlusconi – ha scritto Oliviero Beha – il diluvio. Sicuri? Quello che c’è da temere è che il diluvio cancelli Berlusconi, lasciandoci comunque a vivere nella Sodoma che conosciamo. Non sarebbe un gran che come guadagno

Il presidente del Consiglio ha commesso gravissimi errori. Gli uomini di carattere, quelli che gli avrebbero detto parecchi no, li ha lasciati tutti fuori. Se il governo del ’94 fu uno dei migliori della Repubblica, questo del 2008 è il peggiore. Tranne qualche punta di diamante, non si vedono che fondi di bottiglia: buoni per ingrandire la luce altrui (facendoci scappare pure un incendio), che non per brillare della propria. Ma è nei casi di difficoltà che valgono i tipi tosti. Tosti sempre, e dunque per questo senza padroni. Ma capaci di non nascondersi, e di affrontare avversari e concorrenti in campo aperto.

Nel ’94 mancarono solo i numeri in parlamento, non la gloria delle prospettive. Ha ragione Mario Monti, quando invita a ricordare cosa fosse l’Italia di quegli anni e cosa ci fosse in gioco, prima di dare un giudizio sull’esperienza berlusconiana che sia totalmente negativa. La ‘macchina da guerra del Pds’ era ancora il vecchio, seppur arrugginito apparato comunista: vecchie idee, vecchie facce, vecchi pensatori. Berlusconi ha avuto il merito di portare alla ribalta intellettuali e politici nuovi. Pochi forse, e si può anche ricordare che di questi molti lo lasciarono dopo la prima esperienza. Che fu quella che vide l’impegno di uno degli industriali più dinamici del panorama italiano (un giro in emeroteca porterebbe alla ribalta giudizi imbarazzanti).

Purtroppo, negli anni gli errori si sono susseguiti e le debolezze di fondo accentuate. È mancata un’idea di destra liberale coerente con la storia nazionale, una classe dirigente che fosse all’altezza del prestigio internazionale a cui l’Italia è chiamata, il coraggio di scelte anche impopolari ma non dettate da rivalse corporative. Facendo mente locale, ci accorgiamo che sono gli stessi vizi che stanno alla base del movimento di Fini.

Tuttavia, la risposta alla crisi “culturale” del berlusconismo – definizione nella quale ciascuno mette un po’ di quello che si augura di non essere – non può consistere nel ritorno dell’apparato. Le costituzioni non sono apparato, non lo sono le leggi e i parlamenti. Lo sono gli intellettuali che si fanno detentori del bene e del male democratici, dopo che della democrazia hanno dato una visione ‘debole’, relativista. Nichilismo in tutto, tranne quando ci sia da imbastire un processo contro il nemico di turno: allora si tirano fuori le grandi coalizioni in nome della libertà, e perfino lo gnosticismo storico – la pretesa di sapere con sicurezza da che parte vada la storia – ritorna a fare capolino nella discussione pubblica.

Non stupisce che un intellettuale con la formazione di Alberto Asor Rosa, all’Infedele di Lerner resusciti la dialettica del proletariato per dire con arzigogoli, quello che altri direbbero col buonsenso: a Berlusconi la situazione è sfuggita di mano, qualche ex colonnello lo ha utilizzato per rendere a Fini il fiele che questi gli ha fatto bere in anni di caserma ex missina, ed ora, data la scarsa moralità della politica novecentesca, ognuno tenta di salvarsi, gettandosi tra le braccia del novello timoniere.

Quello che stupisce – e ha stupito pure il conduttore – è che, seppur da posizioni e per ragioni affatto diverse, Asor Rosa abbia trovato un interlocutore speculare in Alessandro Campi, pensatore alla corte del futurismo libertario di Fini. Sentir parlare i due accademici delle possibili soluzioni, senza considerare che, alla fine della fiera, chi governa ne ha ricevuto l’incarico durante lo svolgimento di elezioni regolari – cosa che non deve giustificare tutto, ma non può essere dimenticata – non è meno grave per la ‘morale’ politica di chi non ha ancora capito cosa si abbia il diritto di pretendere da un personaggio pubblico.

Se alla rinascita della nazione si vuole mettere mano in quattro o cinque, vecchi illuminati dal lumino della propria astrusa furbizia, sperando di sedersi infine ad un tavolo per sgranocchiare da vecchi compari qualche caldarrosta, non è difficile preferirle le grigliate elettorali del Cavaliere festaiuolo, e la stessa strada, a cui fuochi egli si riscalda nei momenti di bisogno.


Pubblicato il 13 novembre 2010 su www.cataniapolitica.it