"-E' come nelle grandi storie, padron Frodo, in quelle che contano davvero. Erano piene di oscurità e pericolo, e a volte non volevi nemmeno sapere come andavano a finire, perchè come poteva esserci un finale allegro? Come poteva il mondo tornare come prima dopo che erano successe tante cose brutte? Ma alla fine, era solo una cosa passeggera, quest'ombra. Anche l'oscurità deve finire. Arriverà un nuovo giorno, e quando il sole sorgerà, sarà ancora più luminoso. Quelle erano le storie che ti restavano dentro, che ti insegnavano qualcosa, anche se eri troppo piccolo per capire perchè. Ma credo, padron Frodo, di capire. Ora, so. I protagonisti di quelle storie avevano molte occasioni per tornare indietro, ma non l'hanno fatto. Sono andati avanti, perchè erano aggrappati a qualcosa. - Noi a cosa siamo aggrappati, Sam? - C'è ancora del buono a questo mondo, padron Frodo. Ed è giusto combattere per questo."
J.R.R. Tolkien, Il signore degli anelli.

30 novembre 2006

POESIE DI PASTERNAK IL 9 FEBBRAIO

È ormai consuetudine, e da circa un anno, ch’io almeno due, tre volte la settimana passi dal negozietto del signor Daniele, lì dove la via Musumeci fa angolo con via Firenze. Consuetudine che l’acquisto di libri, anche di buona edizione e dal prezzo conveniente, e la vicinanza del luogo al Liceo Cutelli, dove da alcuni mesi svolgo il tirocinio per l’insegnamento, hanno mutato in abitudine, e di più: è ormai una vera coazione a ripetere.

Percorro in silenzio la via Umberto che pullula, a quell’ora del mattino, più di pensieri o di corpi intorpiditi, che non di folla – e perfino i venditori del mercatino non hanno niente di che urlare – e all’altezza dell’ultimo dei due chioschi di piazza Vittorio Emanuele, svolto a sinistra imboccando la via Musumeci. Alcune volte mi fermo a piazza Trento a bere un caffè nell’omonimo bar, o a far colazione, e nel vicino tabacchi a comprare le caramelle balsamiche per la gola.

Alle otto del mattino il più delle volte solo io ho l’ambascia di non perdermi qualche testo ancora mancante nella mia libreria: capita che il signor Daniele, per premiare quel viso sperduto ancora tra le coperte ma con una manciata di libri tra le mani, decida di praticarmi un forte sconto. Alla fine il libro si prende sempre la sua rivincita, e il povero signor Daniele, che di professione fa il commerciante e non il santo, cede di tanto in tanto all’insana passione dell’amante, più che del ruffiano, e ti agevola le cose.

Ho lasciato l’amaro compito di contare gli attimi della mia vita all’anagrafe, e mi sono riservato l’onore di decide chi o che cosa avrebbe dovuto scandire quelli della mia esistenza: libri e canzoni, di quelle popolari, di quelle che si ascoltano in macchina, durante i viaggi, o che senti provenire dalla radiolina del tuo vicino sul bus, o ancora quelle delle bancherelle in una fiera, in una festa – bene, quelle canzoni lì, e le poesie, e i personaggi – la loro sorte, i loro affanni, i loro sentimenti – di un romanzo. Ma anche il momento in cui li hai letti, il luogo, le persone che ti erano accanto: maggio del 2000, Camus – lo straniero. Salivo per via Di Sangiuliano all’alba, i cui primi raggi di luce rossastra vidi oltre i muri delle scuderie del Monastero dei Benedettini. E poi, in aula venti, venne Silvia, ne parlammo un po’, e poi Gaetano, la sua cravatta con i fumetti che ci mettevano di buon’umore – le filastrocche, gli sfottò allo studio – quando aspettavamo l’apertura d’un appello.

Non mi sono mai stupito che, comprando libri di seconda mano, antiche edizioni, resti – così li chiamano! – di vecchie librerie, qualcheduno dei testi portasse sul frontespizio una dedica, una firma, quattro numeri a mo’ di data. È il passato non d’un vita, ma d’una esistenza che non si può cancellare. Rimane confuso tra gli eventi che hanno coinvolto l’oggetto, celato sotto le lettere di quelle semplici parole, ma non riesce proprio ad abbandonarsi all’oblio. È l’ultima eroica resistenza di ciò che di più caro abbiamo avuto in vita a non volerne proprio sapere di morire. Rimane quale seme, feconderà altre esistenze.

Cinque euro possono non rappresentare gran che. Giuseppe C., una sera dopo la messa, mi disse che per quindici avrebbe potuto acquistare le opere del vescovo Bossuet, ma era proprio quella quindicina di euro che mancava: non poté farlo. Io stesso sono rimasto senza caffè per cinque centesimi. Non c’è valore più relativo di quello del denaro, sempre commisurato all’ampiezza delle tasche. Cinque euro, dunque, e avrei avuto un’antologia di poesie di Boris Pasternak, edita in Italia nel 1967 per i tipi dell’Einaudi. Ma avevo ancora da visionare gli altri scaffali, ed ero entrato da poco. Riposai quel libro senza sfogliarlo. Passai avanti, c’era ancora una fila intera di novità, messe ben in vista dal signor Daniele proprio quel mattino, quel sabato mattino 25 novembre. In fin dei conti, se volevo leggere qualcosa di Pasternak, avrei potuto iniziare dal Dottor Zivago, impolverato e un po’ sgualcito, ma presente da alcuni anni sullo scaffale di letteratura della mia biblioteca. E poi io avevo già un’altra antologia: con cinque euro, quel giorno, avrei comprato almeno altri due libri.

Pasternak ha uno strappo al dorso della sovraccoperta, la quale per giunta è ingiallita dal tempo. Cinque euro. Potrebbe mai credere Pasternak, se fosse ancora vivo, o quale intellettuale, di quelli che hanno intenso tutto della vita, se ne farebbe una ragione, che io per cinque euro non ho comprato le futuriste poesie del noto scrittore russo, bensì la dedica al frontespizio!

L’ho riletta, da quel giorno, almeno una ventina di volte. L’ho riletta davanti al signor Daniele, ad alta voce – e forse entrava qualcuno mentre rileggevo quelle poche righe; l’ho riletta in macchina, a quel semaforo dove la via D’Annunzio fa angolo con via Etnea; l’ho riletta in camera, e Miriam che giocava, in salotto, con mia madre farfugliando qualcosa contro i cani, quelli brutti che si vedono sui libri, e sui Romani, che hanno messo in croce Cristo. Ne ho parlato in macchina, la sera dopo, e ho visto che impressione fa la vita che è andata, gli amori degli occhi altrui su quelli nostri.

9-2-68. Pochi momenti mi sono e mi saranno cari, come questo momento; che ha un nome, il tuo: Kati.

Mimmo”.

È febbraio. A Catania. Forse. In febbraio fa davvero freddo. Le piccole gocce che cadono si gelano sui lastroni delle strade, lì dove la nostra terra non è soffocata dall’asfalto, ma ricoperta dalle proprie viscere colate giù dal Mongibello.

Mimmo avrà comprato quel libro nella storica libreria Muglia, ormai chiusa da anni. Scrive quelle poche righe sul bancone, facendosi prestare la penna dal commesso. O forse è ritornato in facoltà, dove la gioventù progetta un mondo migliore che, come tutti i mondi migliore, non esisterà mai, e lì ha scritto, in qualche scanno di Palazzo Centrale, la dedica alla sua Kati.

È febbraio. Ha voglia di piangere. E fuori – lo vede dagli ampi finestroni dell’aula – piove. Non è una nostalgia che gli si è radicata nel cuore. Nessun dolore, se non questa impossibilità dell’uomo di fermare il tempo, che quando veste i suoi panni migliore, pare addirittura essere volutamente celere.

Il momento con Kati – questa gioia che ha perso la sua carne, la sua storia, ed è divenuta quasi uno stato dell’anima che non riesce a tramutarsi in eternità se non prendendo in prestito l’eternità d’un verso altrui, divenuto Nobel appena dieci anni prima – questo momento gli è rimasto in gola. Può scrivere, povero Mimmo, solo qualche parola, imbrattare un frontespizio, e sperare che Pasternak, già bell’e sepolto, faccia il miracolo. Perché forse Kati non sa – Kati non può non sapere, eppure l’amore è questo continuo gioco di luci e ombre, questo scherzare col nulla, questo beffarsi della morte. Kati sa, eppure l’amore, se a volte finisce per una menzogna, inizia sempre con una bugia: una bugia che chi ama, e sa di essere amato, dice a se stesso per non apparire sfrontato davanti all’infelicità, alla tristezza, al nonsenso di cui ha svelato – di cui svelerà al mondo intero l’inconsistenza. Perché Kati sapeva – se non avesse saputo, Mimmo avrebbe osato di più, avrebbe scritto parole di fuoco per vincere i suoi occhi e penetrarle l’anima. Ma quale dolce amante è colui che già possiede, prima ancora delle labbra, lo spirito dell’amata! Mimmo conosce ormai ogni brano dell’anima di Kati: non ha da infiammare un fienile, ma di riscaldare l’aria come il sole a maggio.

Scrive Mimmo la sua dedica. Kati la leggerà, e dopo ascolterà la nenia che Pasternak si cantava davanti ai suoi attimi morti. Per Kati sarà invece una dolce ninna nanna, quando sotto le coperte, in quel febbraio freddo, si scalderà pensando che non altro fine aveva il poeta, che quello di espirare – egli solo, e per il loro amore, per quello di Mimmo e Kati – il male del mondo con la bellezza del verso.

Si sarà presentato davanti a lei, così vicino da potercisi rispecchiare in quegl’occhi tanto vivi da rendere ogni trucco una sciocchezza. Come si dipana davanti a voi, donne, l’ordito dei nostri sentimenti! Tanto sono vulnerabili gli scrigni dei nostri pensieri, che nemmeno stupidità o paura riescono a celare. O si è indifferenti o si è scoperti!

E Kati avrà scoperto, quel giorno di febbraio di quasi quarant’anni fa, che sotto il pudore di quelle parole si nascondeva il più ardito di tutti i pensieri, sempre nuovo, solamente unico, motore immobile di ogni puro agire! Che la mano incerta, appartata in facoltà a vergare quelle righe, era la medesima che le sfiorava una guancia. Che le lacrime di Pasternak, scappato in carrozza a piangere chi sa dove, seppur ricordo perenne d’un’umanità che legge, mai conobbero la sublime forza di quelle che non sfidano la morte e i suoi secoli, semplicemente perché l’hanno già vinta; che non abbisognano di inchiostro, perché la mano di Dio le ha scritte su anime incorruttibili; che non conoscono altra musica, che l’armonia perfetta di un attimo. L’attimo in cui la luce non tentenna più, ma si fa largo tra i resti delle tenebre e spazza via ogni sussulto di scoramento. L’attimo che vede il nulla dissolversi d’un tratto davanti ad uno scoppio universale di senso.

L’attimo che una lacrima impiega per dire quanto Pasternak non poté mai descrivere in miliaia di versi.

Oltre non possiamo andare. Non c’è riuscito Pasternak. Non ci riuscirà mai alcun poeta. Posso solo dire che, dopo quella dedica, e una breve introduzione di un ignaro voyeur, inizia la storia di una ormai sola anima. Ed inizia con i versi di Pasternak dal titolo febbraio….

Febbraio. Prender l'inchiostro e piangere!
Scrivere di febbraio a singhiozzi,
finchè il tempo piovoso scrosciante
brucia come una fosca primavera.

Prendere una carrozza. Per sei soldi
fra scampanio e stridere di ruote
recarsi là dove la pioggia torrenziale
strepita più che lacrime ed inchiostro.

Dove, come pere incenerite,
dagli alberi mille cornacchie
cadranno nelle pozze rovesciando
una secca mestizia sul fondo degli occhi.

Nereggiano di sotto gli spazi disgelati,
e il vento e solcato dai gridi,
e quanto più a caso, tanto più esattamente
si compongono i versi a singhiozzi.


1912 - Boris Pasternak

4 commenti:

mafalda ha detto...

Caro Antonio, mi hai innondata di poesia e dolcezza con il tuo racconto sulla dedica trovata nel libro....
Mi hai fatto pensare alla mia storia d'amore....alle infinite dolcezze, alla paura che inizilamente mi è sorta per questo amore così grande in cui avevo perso speranza che proprio a me sarebbe capitato.....
Sono curiosa di andare nella libreria del Signor Daniele, saresti così gentile da dirmi esattamente dov'è?Così vado a fargli un bliz????
Un bacio

Antonio ha detto...

Cara Mafalda,
dal signor Daniele non preoccuparti che ti ci porto. Già la nostra comune amica mi aveva chiesto altrettanto: portiamo con noi O. e così gli riempiamo, in un sol colpo, tutta la stanza!
Mi fa piacere leggere il tuo commento, perché dimostra che, in parte, sono riuscito a far passare quelli che sono stati i miei sentimenti. Non so se le cose siano andate davvero così: dopo alcune ricerche, devo ammettere che è probabile di no. Ma al primo accenno che tutto potesse svanire, mi sono tenuto per me la mia piccola illusione.
Pirandello insegna che la vita o la si vive o la si scrive. Vi è una via di mezzo: sognarla, immaginarla.
Mi sono limitato a farlo.

A presto cara Mafalda.

Antonio

mafalda ha detto...

Orazio verra sicuramente a fare razzie dal signor Daniele.....E io non vedo l'ora......
Io ho imparato a vivere la vita finalmente...ma anche a scriverla perchè sai si ha anche bisogno di ricordare gli attimi ed i momenti importanti come quando si regala un libro.... Quante emozioni riesce a dare quel piccolo dono....e poi quando viene regalato da una persona cara......
A presto Amico mio.......
Bacio

marilù ha detto...

senza fiato...
un post bellissimo...intenso...vero..
e quella dedica...
più che la storia che hai raccontato mi ha commosso l'animo di chi l'ha concepita...
Un grazie a chi inconsapevolmente mi ha dato la possibilità di conoscere questo blog, e un grazie anche a te perchè leggendoti mi sento arricchita...