di Antonio G. Pesce - Tante cose non cadano al
momento giusto. Questo ventennale della morte di Paolo Borsellino non
poteva essere ricordato in modo peggiore. Lasciamo perdere tante cose
strettamente giuridiche, e tralasciamo pure giudizi politici in un
frangente in cui rischiano di essere ingenerosi verso chi, alla ben’in
meglio, ha dimostrato una certa responsabilità e tanta sobrietà nella
gestione del potere (poi, l’Italia è questa, e con questa società
bisogna fare i conti).
Quello che inquieta è la possibilità, non remota, che tante domande non trovino, infine, alcuna risposta. Se di Falcone si disse che era stato isolato (anche da chi, poi, divenne campione dell’antimafia!), di Borsellino si teme qualcosa di più, che sia stato, addirittura, ‘epurato’. A temerlo la stessa magistratura, che in questi anni è stata difesa anche con toni apocalittici davanti a possibili ingerenze.
Non è necessario scomodare il nostro Machiavelli, ma solo il buon senso, per obiettare ai «puristi della politica» (e non già della lingua, avendo alcuni di loro il congiuntivo bislacco), che la sincerità, a volte, è un fardello troppo pensate per chi porta anche quello delle istituzioni. Non sempre tutti possono sapere tutto, e chi ha retto le redini dello Stato in un momento di profonda crisi istituzionale, come fu quel 1992, non può sempre andare per il sottile. Tuttavia, proprio perché non è in questione il buon funzionamento della prostata (con annesso ulteriore armamentario) di un presidente del Consiglio; neppure quello che un capo dello Stato, nell’esercizio delle proprie funzioni, è venuto a sapere da altri, ma se questi altri godano di una immunità e, soprattutto, se una classe dirigente, oltre ad aver impegnato il nostro futuro al banco dei pegni dei Mercati, abbia pure svenduto la nostra dignità battendo sulle strade di Corleone; proprio per questo, almeno una volta tanto, avremmo potuto evitare di risolvere le cose alla maniera dell’Azzeccagarbugli.
Troppe coincidenze storiche. Anche in questo caso. Come nel ’92 siamo in un momento di profonda crisi, che è crisi economica, politica, istituzionale ma, soprattutto, etica, cioè legata a ciò che sentiamo, come popolo, di dover ancora essere. Come nel ‘600 di Renzo e Lucia siamo divisi tra noi, conquistati da altri e stretti, come lo era don Abbondio, tra i vasi di ferro di un potere sempre più controverso (ed è dir poco) da un lato, e un marasma burocratico e legislativo dall’altro.
Dio ci assista. E scuota i giovani di questa terra, come scosse la mia generazione in quell’estate del ’92. Ci aiutino loro a ridestare vecchie fiamme. Non abbiamo più quattordici anni, ma una ventina di più, passati a studiare per lauree che non stanno servendo a sfamarci e in impegni politici che ci hanno profondamente delusi.
Quello che inquieta è la possibilità, non remota, che tante domande non trovino, infine, alcuna risposta. Se di Falcone si disse che era stato isolato (anche da chi, poi, divenne campione dell’antimafia!), di Borsellino si teme qualcosa di più, che sia stato, addirittura, ‘epurato’. A temerlo la stessa magistratura, che in questi anni è stata difesa anche con toni apocalittici davanti a possibili ingerenze.
Non è necessario scomodare il nostro Machiavelli, ma solo il buon senso, per obiettare ai «puristi della politica» (e non già della lingua, avendo alcuni di loro il congiuntivo bislacco), che la sincerità, a volte, è un fardello troppo pensate per chi porta anche quello delle istituzioni. Non sempre tutti possono sapere tutto, e chi ha retto le redini dello Stato in un momento di profonda crisi istituzionale, come fu quel 1992, non può sempre andare per il sottile. Tuttavia, proprio perché non è in questione il buon funzionamento della prostata (con annesso ulteriore armamentario) di un presidente del Consiglio; neppure quello che un capo dello Stato, nell’esercizio delle proprie funzioni, è venuto a sapere da altri, ma se questi altri godano di una immunità e, soprattutto, se una classe dirigente, oltre ad aver impegnato il nostro futuro al banco dei pegni dei Mercati, abbia pure svenduto la nostra dignità battendo sulle strade di Corleone; proprio per questo, almeno una volta tanto, avremmo potuto evitare di risolvere le cose alla maniera dell’Azzeccagarbugli.
Troppe coincidenze storiche. Anche in questo caso. Come nel ’92 siamo in un momento di profonda crisi, che è crisi economica, politica, istituzionale ma, soprattutto, etica, cioè legata a ciò che sentiamo, come popolo, di dover ancora essere. Come nel ‘600 di Renzo e Lucia siamo divisi tra noi, conquistati da altri e stretti, come lo era don Abbondio, tra i vasi di ferro di un potere sempre più controverso (ed è dir poco) da un lato, e un marasma burocratico e legislativo dall’altro.
Dio ci assista. E scuota i giovani di questa terra, come scosse la mia generazione in quell’estate del ’92. Ci aiutino loro a ridestare vecchie fiamme. Non abbiamo più quattordici anni, ma una ventina di più, passati a studiare per lauree che non stanno servendo a sfamarci e in impegni politici che ci hanno profondamente delusi.
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